“Pranzi di famiglia” di Romana Petri

Al centro di questo romanzo una famiglia di Lisbona, che somiglia a qualunque altra famiglia “tradizionale” di origine latina, mi viene da pensare. La copertina del libro di Romana Petri Pranzi di famiglia” pubblicato da Neri Pozza, riproduce un edificio che potrebbe trovarsi in una delle città meridionali d’Europa, quasi a voler alludere al fatto che la storia raccontata dalla scrittrice potrebbe svolgersi ovunque, mentre la collocazione della vicenda in Portogallo è una scelta narrativa che ci riporta alla grande tradizione di affinità tra le nostre letterature, penso ad Antonio Tabucchi.

La famiglia raccontata in tutte le sue sfaccettature, nei labirinti dei rapporti espliciti e segreti, nei contrasti, negli odi, nelle affinità, nelle separazioni, è composta da numerosi personaggi, i cui ritratti la scrittrice affida alle pagine del libro, ma anche ai ritratti che ne farà la pittrice italiana Luciana Albertini, certamente la voce più creativa e visionaria del romanzo.
Tiago Dos Santos aveva sposato la bella Maria do Ceu, ma dopo la nascita dei tre figli, Rita e i gemelli Joana e Vasco, l’aveva abbandonata per sposare una brutta donna, Marta. Rita era nata con un volto deforme, ed aveva dovuto subire una serie di interventi per renderne il viso accettabile; i due fratelli gemelli invece erano bellissimi, da cui l’ovvia rivalità tra le due sorelle e l’invidia per il bel Vasco.

Il romanzo inizia con la morte della madre amatissima e fortemente rimpianta, tanto che da quel momento la famiglia comincerà fatalmente a sgretolarsi. Joana sposa Nuno, un uomo brutto ed insignificante e andrà a vivere lontano da Lisbona, isolandosi sempre di più, mettendo al mondo due figli, entrando in depressione dopo il tradimento del marito.
Rita e Vasco si separano con risentimento: lui, gallerista, trova su internet i quadri di una pittrice italiana che lo colpiscono, la invita a Lisbona, se ne innamora e comincia con lei una solida e fantasiosa relazione. In una casa di riposo per anziani vive il vecchio nonno, Manuel, dal passato complicato, a cui i nipoti sono tuttavia legati. C’è anche un fratello del padre, lo zio Humberto, una sorta di barbone, colto ed intelligente, lucidissimo; infine la coppia Tiago e Marta, la cui unione non è mai stata accettata dai figli, che detestano questa donnetta grassoccia e invadente, che ha preso il posto della loro bella ed infelice madre e che li ha allontanati dal padre. Lui nel frattempo ha fatto un’importante carriera politica e partendo da una condizione di miseria è arrivato ad occupare il posto di ministro della Sanità.

Il suo rapporto con i figli è formale, stereotipato, superficiale. Il formalismo li condiziona, tanto che l’unico momento in cui si incontrano sono questi famosi pranzi al ristorante, un appuntamento domenicale inderogabile, durante i quali la cosa più importante sembra la scelta del vino. Gli incontri si trasformano in scontri, la violenza sopita esplode, Rita quasi sempre lascia la tavola urlando, Marta guarda in terra, Vasco vorrebbe trovarsi altrove, il nonno capisce poco: solo la pittrice, divenuta ormai compagna di Vasco, mal vista e non accettata, è capace di dire parole di verità a questa famiglia così difficile, violenta, risentita.
Ci sono alcuni animali domestici, il cane Barabba e il gatto Zaca, che sembrano più umani degli uomini. Ristoranti, caffè, ospedali, spiagge, un gran freddo, il forte vento dell’Atlantico, il fiume Tago fanno da scenario a questa storia che Romana Petri racconta con grande acume psicologico, con profonda empatia nei confronti di alcuni personaggi, con forte realismo nel descrivere la violenza che attraversa i difficili legami familiari che dividono genitori e figli, fratelli e sorelle, nel rimpianto di un passato che si credeva felice, ma che si rivela pieno di menzogne, di non detti.

Vasco affida alle pagine di un quaderno i suoi pensieri per la madre scomparsa, Rita ricerca in archivio il passato di questa squinternata famiglia, Joana si affida ad una psicoanalista, la Albertini, così viene chiamata la pittrice Luciana, costruisce i suoi tredici quadri che saranno il vero ritratto visionario e veritiero che solo un’artista ha saputo rappresentare.
Il romanzo è molto lungo, la scrittura molto densa e analitica, le forme espressive insolite: perché ha preferito usare “aperse”, “coperse”, al posto delle più consuete aprì, coprì? Tuttavia alcune frasi del libro mi sono rimaste nel cuore.

La mia è una di quelle famiglie che conserva il poco che ha, solo che lo conserva male, in un modo che non fa altro che diminuire. E alla fine si accontenta pure del pugno di mosche. Da noi si può pensare qualsiasi cosa, ma non bisogna dirla, bisogna mettere un silenzio sopra l’altro, farne una montagna così alta che di scalarla non andrà più a nessuno…

Ci sono Le Lusiadi e Guerra e Pace, ci sono i grandi quadri della tradizione, tanta cultura figurativa, tanta musica, tanta letteratura, tanta sensibilità artistica nel libro di Romana Petri. E la consapevolezza che la cosiddetta famiglia tradizionale, tanto invocata da una parte di società italiana che guarda al passato, è troppo spesso un covo di vipere, che l’autrice indaga con lama affilata smascherando ipocrisie e luoghi comuni.

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