“Quella notte all’Heysel” di Emilio Targia

Heysel non è "solo" una strage di juventini: è una pagina nera dello sport.

Emilio ha ragione: Heysel non è più uno stadio, come Vajont non è più una diga, Ustica non è più un’isola, Italicus non è più un treno. Heysel è un buco nero del calcio mondiale.
Emilio Targia, quarantotto anni, è un giornalista romano, caporedattore a Radio Radicale. Era a Bruxelles quel 29 maggio 1985, nel tardo pomeriggio. Non ha dimenticato ed è convinto che non si deve dimenticare, per questo ha scritto “Quella notte all’Heysel”, un libro che va dritto al cuore, pubblicato da Sperling & Kupfer (176 pagine, 14,90 euro) nel trentennale di un eccidio che la guerra tra tifoserie ha derubricato cocciutamente a disavventura solo bianconera, morte di juventini, come se non fosse una tragedia italiana senza precedenti (ci sono supporter fiorentini che sfoggiano striscioni e magliette “39 di meno” o “meno 39”).
Heysel non è più uno stadio, resterà per sempre sinonimo di strage, di un evento che non avrebbe mai dovuto verificarsi e che sarebbe stato facilmente evitabile. Sarebbe bastata più accortezza, più professionalità da parte delle forze dell’ordine belghe. Ed anche meno avidità, il dolo di chi ha venduto ad italiani i biglietti del Settore Z dello stadio dove si sarebbe giocata la finale della Coppa dei Campioni europea di calcio 1985, Liverpool-Juventus. Quella curva era destinata a ospitare i tifosi inglesi, gli hooligans, seminudi, resi subumani dall’alcool bevuto come acqua, più litri di birra in corpo che neuroni in testa.
Giorni prima, il tifosissimo bianconero de Roma Emilio Targia, appena diciottenne stentava con l’amico Giampiero a procurarsi i tagliandi per entrare nel vecchio impianto della capitale belga. Tutto esaurito fin dal 2 maggio. Poi la notizia che a Bruxelles un conoscente disponeva di due biglietti del Settore Z. Ma ecco che da Torino un amico compie il miracolo:

in tribuna è impossibile, ma se volete andare con gli juventini nel Settore M-N-O, non c’è problema.


Il tifo spinge i due ragazzini verso la curva dei compagni di fede calcistica. Forse, devono la vita alla passione per i colori bianconeri.
La tragedia l’hanno vista dall’altra parte del campo, opposta alla curva dove trentanove uomini, donne, ragazzi (32 italiani, 4 belgi, 2 francesi, 1 irlandese) ed altre tremila persone vennero calpestate, schiacciate, soffocate dalla massa dei tifosi bianconeri terrorizzati, travolti da ondate di hooligans, incrudeliti dalla mancanza di reazione di quella gente inerme. Tutto a cominciare dalle 19,08, senza che la polizia belga accennasse una reazione. Solo cinque gli agenti in curva tra i settori Z e X-Y.
Trentanove persone avevano acquistato un biglietto verde pallido, tendente al grigio. Sembrava l’invito a una festa, era un pass per l’inferno.
Sopra c’era stampato in francese che l’organizzazione declinava ogni responsabilità per incidenti di qualsiasi natura che avessero potuto determinarsi.
Fin dall’arrivo in treno a Bruxelles, la felicità sportiva di due giovani e la certezza che tutto sarebbe andato perfettamente in una società evoluta come quella belga, si scontra con una realtà imprevista, specie dopo aver raggiunto il vecchio stadio nella zona dell’Esposizione universale del 1952.
Erano sempre più sorpresi, si aspettavano ordine e competenza, invece si rendevano conto d’essere precipitati nel medioevo del calcio. Per non dire dell’Heysel, costruzione Anni Trenta, vetusto, insicuro, insufficiente, pericoloso, anche per un semplice evento sportivo, figurarsi per quell’attesa finale europea e con supporter avversari ingovernabili come i britannici. Ubriachi dalla mattina, mostravano occhi spenti, vuoti, terribili. Non vi si leggeva nemmeno l’attesa per la partitissima cui stavano per assistere.
Alle 20, ora di Bruxelles, 400milioni di telespettatori si misero davanti ai teleschermi convinti di assistere a uno spettacolo di calcio. Si trovarono collegati in diretta con una guerra, dice Emilio. A volte, aggiunge, gli incubi si travestono da sogni, ma sono pronti a rivelarsi per quello che sono: orrore, dolore e per qualcuno rimorso. Quello ce lo portiamo dentro noi juventini che abbiamo assistito da casa al massacro rimuovendolo dalle nostre menti a tutti i costi, contro ogni evidenza, sordi ad ogni notizia. Sandro veronesi, nella prefazione, lo riconosce con coraggio: è come se avessimo fatto finta di niente e ci fossimo voltati dall’altra parte, ostinatamente. Noi volevamo la finale. Volevamo che quella partita si giocasse, eravamo arrivati tutti a quel risultato, non potevano strapparcelo.
E le squadre scesero in campo, per giocare e prevenire disordini peggiori. Il fischio d’inizio, previsto alle 20,15, venne dato alle 21,42.
Grazie Emilio, per il tuo libro che aiuta a capire. Quella partita per me è finita soltanto ora, trent’anni dopo.

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