“Ragnatele invisibili” di Nicoletta Stecconi

Nicoletta Stecconi è una giovane scrittrice piena di talento e “Ragnatele Invisibili” (Edizioni Leucotea, 2012) è il suo romanzo di esordio.

La protagonista Francisca raccoglie se stessa seduta alla scrivania, dove svolge il suo lavoro, ed inizia a raccontare. Scrive di sé, della sua vita e della necessità di verità. La malinconia di cui è preda è un’onda instancabile, la tristezza che la pervade è il flusso di una marea costante. La marea la conduce ad un atto di ricerca di quell’identità che non si decide ma si scopre, che si indaga e si interroga. Raccontarsi diviene scoprire chi si è. È un fatto individuale ma nello stesso tempo accoglie i tratti di un’appartenenza culturale di molti di noi. Le ragnatele invisibili legano uomini e donne con fili sottilissimi. Scappata dalla Spagna in tenera età con la mamma per sfuggire alle persecuzioni franchiste, costruisce il suo futuro con Paolo a Roma. La sua vita si intreccia con quella di un anziano scrittore che aveva lasciato testimonianza di sé con frasi scritte sulle mattonelle del bagno di casa, quella stessa casa dove ora vive Francisca. Le frasi diventeranno ragnatele invisibili che legheranno i due protagonisti.

“Il destino di ognuno di noi è già segnato. La nostra forza sta nel saper cambiare alcune sillabe di questo presagio: bastano poche e ponderate lettere affinché un danno diventi dono”.

La lettura del testamento dello scrittore incuriosisce e risveglia la coscienza di Francisca, che affronterà un percorso interiore.

“Ho sempre sofferto di un’insicurezza laterale che non mi ha mai permesso di essere completamente me stessa (…) ho costantemente soffocato i miei slanci in una sorta di supercontrollo, nel costante timore di sbagliare. Ho vissuto costantemente nel terrore di perdere tutto ciò che di buono avevo in ogni momento della mia vita. Lei non ha fatto altro che insegnarmi che nella vita si può sbagliare”.

L’accusa è rivolta alla mamma Penelope rimasta da giovane vedova di Fernando, il papà di Francisca, arrestato dalla polizia franchista con l’accusa di sovversione e del quale non si saprà più niente. Penelope vivrà affrontando la sua solitudine e la sua pena con angosce e depressione. Per Francisca la madre diviene così un’assenza assoluta: il pensiero mio lontano da te mi tiene distante da me stessa. Le inquietudini della protagonista nascono da qui e si alimentano nel suo vivere quotidiano: il lavoro, il marito Paolo, il tradimento coniugale, la figlia Martina. L’incontro cercato e voluto con l’anziano scrittore diviene unico ed illuminante nella sua particolarità ed è una risposta risolutiva al malessere di Francisca.

“Gli eventi non sono mai casuali ma fanno parte di un gioco comune, al di sopra delle nostre volontà, un gioco in cui le cause e gli effetti fungono da unione tra i destini degli uomini (…) ragnatele invisibili che legano uomini e donne nell’esercizio difficile della vita”.

La risposta tanto desiderata è proprio qui, nell’esercizio quotidiano e difficile della vita e Francisca ne trarrà armonia e il coraggio del perdono.

Nicoletta Stecconi ha il dono di essere una scrittrice visiva come Lalla Romano. Tempo e spazio sono ritagli, frammenti di diario; lo scorrere narrativo nell’anima, con il senso di sperdimento e angoscia, libera il rimpianto del passato, riconcilia con sé stessi aderendo incondizionatamente al proprio destino. L’incomunicabilità e la solitudine così ben descritte dall’autrice, rimandano alla scrittura di Anna Maria Ortese che amava narrarsi per incontrare il proprio dolore e, nel trasformarlo in racconto, curava la propria anima.

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