"Scompartimento n.6" di Rosa Liksom

Una tratta ferroviaria meta-significante. Chilometri e chilometri di binari che tagliano l’Europa orientale e l’Asia settentrionale in territorio russo, collegando Mosca alle regioni industriali, le regioni centrali della Siberia a quelle dell’estremo oriente mongolo. La Transiberiana è un luogo dello spirito in movimento. Sinonimo di URSS e di viaggio per antonomasia. Un assemblaggio di razze-storie-lingue-destini incrociati, chiamati a un moto a luogo collettivo, alla convivenza coatta. In una tratta interminabile.

Nel fulgido e crudo Scompartimento n. 6 (Iperborea, 2014) due sconosciuti si trovano a condividere questo spazio-tempo mobile. Lei è una taciturna studentessa finlandese, lui un gretto proletario russo che va avanti a vodka, a patriottismo e sciovinismo. Il vagone di un treno e due figure che più antitetiche di così solo nell’inferno descritto da Jean Paul Sartre in Porta chiusa. Rosa Liksom ne tratteggia l’incontro/scontro che, in emblema, diventa incontro/scontro tra i macro-universi maschile/femminile, e, dentro metafora, si carica dei contorni dell’itinerario approdante al capolinea del grande impero russo (il romanzo è ambientato nel 1980). Un impero smisurato e dicotomico come il suo popolo, al contempo fatalista e ribelle, disincantato e patriottico, lucido e ubriaco, elegiaco rispetto al passato e curioso di futuro.

Il viaggio transiberiano dura più di sette giorni. Nel teatro dello scompartimento n. 6 la timida ragazza finlandese rimugina sui ricordi del fidanzato in manicomio, il russo che le viaggia di fronte non ha niente di nobile cui pensare, sa anzi come rendersi detestabile. Disprezza le donne, viaggia per lavoro, e darci dentro con la bottiglia sembra che sia la sola cosa che gli interessi davvero. La convivenza non sarà facile, per dirla in altro modo: lei tace quasi sempre, lui beve e blatera di continuo. Fuori dal finestrino il paesaggio scappa via indifferente, in parallelo al correre indifferente del treno.

Rosa Liksom muove le fila di un romanzo strutturato come epopea minima, intima e collettiva al contempo, cui il lettore soggiace per duplice fascinazione: la prima deriva dal contesto cangiante di sobborghi, tundra, neve, stazioni, prossimi all’altrove. La seconda dalla medesimezza in fondo sviluppata verso un popolo ancorato alla solennità della storia passata e già chiamato al confronto con lo svilimento della storia futura. Per tutto questo e per un gran numero di altri motivi, Scompartimento n. 6 è un libro che vorresti non finisse mai, capace com’è di poeticità e di verismo, di coniugare gli opposti, il Racconto e i racconti, come le psicologie dei suoi personaggi. Finalista al Premio Strega Europeo e vincitrice con merito del Premio Finlandia, è tradotto ottimamente da Delfina Sessa.

“E la notte passò attraverso l’oscurità fino ad accendere di un’alba rossa il finestrino. Una luna gialla spazzò via l’ultima stella luminosa per far posto a un sole infuocato. Davanti a loro si apriva un nuovo mattino. Lentamente tutta la Siberia schiarì. In pantaloni di tuta blu e maglietta bianca, il russo faceva flessioni tra le due cuccette, la fronte madida di sudore, gli occhi assonnati, la bocca secca, l’alito maleodorante; nello scompartimento l’odore appiccicoso di sonno, il finestrino senza respiro, i bicchieri da tè, le bricole messe a tacere sul pavimento. Davanti a loro si apriva un nuovo giorno, con i suoi boschi di betulle aranciati, sotto la brina, le sue pinete nei cui anfratti si aggiravano gli animali, le sue torbiere ondulate sotto il manto di neve fresca, le gambe bianche di mutandoni che sventolavano, i suoi peni flosci, le fiche, le tope, le tipe, le sue ampie camicie da notte di flanella a fiori, i suoi calzini di lana, i suoi scialli, i suoi spazzolini da denti scarmigliati". (pag. 38)

Lascia un commento