“Solo se c’è la luna” di Silvana Grasso

Ogni grande romanzo ha la sua ragione d’essere, è così anche per “Solo se c’è la luna” di Silvana Grasso (Marsilio, prima edizione gennaio 2017), pervasivo e misterioso. Al lettore trasmette un senso di straniamento perché emozioni contrastanti vibrano all’unisono e lasciano tracce come un’eco che riverbera nella mente. Il mondo arcaico e primitivo dei sentimenti è uno dei tanti rappresentati dalla scrittrice Silvana Grasso, così potente e dirompente che trova il suo esito in una tragedia finale annunciata.

La trama è un capolavoro di regia narrativa, si dispiega tra mito e iperrealismo. Siamo negli anni ’50, in un paesino rurale della Sicilia, una sorta di magica Macondo, dove ritorna, dopo trenta anni in America, l’ex manovale Girolamo nelle vesti di imprenditore. Con il nuovo nome americanizzato, Gerri, fonda una fabbrica di saponette la Gerri soap e dà lavoro a buona parte degli abitanti del paese. Impronterà tutta la sua attività lavorativa su un parossistico modello americano subordinando al marketinghi e al bisinès ogni moto dell’animo, in un crescendo di ricchezza e sterile riconoscimento sociale.
Egli sposerà una giovane stralunata di nome Gelsomina presa da una febbrile ed incontrollabile passione per l’intaglio del legno e da cui partoriranno strabilianti opere d’arte. Da questa sciagurata unione nascerà Luna, affetta da una strana e rara malattia, non potrà vivere di giorno, il sole è il suo nemico mortale, ma solo al buio, “Solo se c’è la luna”. Il padre le affiancherà una “quasi” sorella, Gioiella, “comprata” da una ragazza madre.

Da questo punto in poi, i personaggi acquisiscono connotati ben precisi, si delineano caratteri, comportamenti che sono al limite del paradossale, espressione di una personalissima visione della realtà. Emergono figure femminili di impareggiabile tensione emotiva, prigioniere della propria solitudine, incapaci forse di dialogare con l’esterno, possiedono però facoltà eccezionali di comunicare con la natura, il destino gli riserverà esistenze superiori alle loro forze. Luna, bella, raffinata e colta capirà amaramente il divario esistente tra la vita sulle pagine dei libri e la vita reale non vissuta: un dissidio lacerante e fatale. Gioiella, e sua madre stessa, sono dotate per natura di una bellezza devastante che, però, non sarà uno strumento di riscatto, anzi gli si ritorcerà contro. Gelsomina, la snaturale madre di Luna, a sorpresa, troverà un suo posto, assecondando il suo peculiare ingegno, al di là della sua ineffabile follia. Sullo sfondo una natura esuberante, sensuale, pregna di odori, assedio di profumi... menta, gerani, gelsomini... Paesaggi notturni che assumono sfumature ed atmosfere misconosciute.

Oltre l’intreccio originale, è la scrittura della Grasso che meraviglia e frastorna, avvolta da una straordinaria vitalità creativa. La sua lingua immaginifica e superba anche quando vira verso il basso con veemenza, è un trionfo di immagini, la luna Madonna agli occhi disarmanti di Gelsomina... Maestosa splendeva sul ramo del gran gelso bianco, appoggiata alla fioritura come se riposasse, stanca del viaggio, lo scirocco suonava da qualche giorno il suo concerto sulle foglie degli alberi, Lucente era la notte, e calda l’acqua nella grande vasca in giardino, sotto un valzer di stelle, di similitudini... Pensieri diversi, vari come arcobaleno, fini, nobili,di iperboli che esprimono un’ energia vitale non comune. Sembra di ascendere con la sua scrittura impervi e ripidi sentieri di montagna e di provare le vertigini sospesi sull’orlo di un precipizio lessicale. Lessemi e forme verbali siciliani che s’innestano con la lingua italiana senza cozzare contro. La Grasso riesce a coniugare le invenzioni fantastiche più audaci con la realtà più greve producendo felici ed innovativi risultati.
Lo stile della Grasso, pur personalissimo e frutto di un’elaborata tecnica narrativa, prosegue un percorso che ha i suoi precedenti nel realismo magico della letteratura latinoamericana di cui Marquez è il maggior rappresentante. Echi e scie della letteratura latinoamericana di memoria marqueziana, di quella classica greco-latina e di quella isolana da Verga a Pirandello e perché no a Camilleri, pérmeano l’arte di Silvana Grasso. Un libro da leggere.

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