Sonò alto un nitrito di Mario Burani

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.

A scuola bisognerebbe andarci da adulti, non da ragazzini, perché se quella giovanile è l’età dell’apprendimento non è certamente quella del migliore discernimento. Mi è capitato tra le mani un libretto veloce, “Sonò alto un nitrito” (edizioni Imprimatur, Reggio Emilia, marzo 2018, 106 pagine 13 euro), opera appassionata di un avvocato penalista di Guastalla, Mario Burani, che rilegge le indagini e il processo per l’omicidio Pascoli, a Savignano di Romagna, il 10 agosto 1867. Un testo motivato dall’amore per la poesia pascoliana e scritto avvalendosi di un’esperienza forense più che quarantennale.
Questo “amore” (che bella parola) mi ha fatto riscoprire una poesia che tutti conosciamo, “La cavalla storna”, ma che mai da studente mi aveva tanto commosso. E dire che l’avevo comunque ben compresa. Avevo colto la gravità dell’episodio, cruciale nella vita di Giovanni Pascoli bambino, ma non mi ero compenetrato nel suo dolore, non avevo vibrato nel leggere i suoi versi.

Ruggero Pascoli rientrava da Cesena verso la Villa Palazzo della Torre, tenuta di cui era amministratore per conto del principe Torlonia, in agro di San Mauro, tra la via Emilia e il mare Adriatico, nei pressi di Rimini. Nel pomeriggio, venne ucciso in un agguato, nel percorso di ritorno alla residenza. La cavallina rientrò verso il podere, portando nel calessino il cadavere dell’uomo, marito e padre di otto figli.
L’avvocato Burani chiosa i suoi testi con i versi della poesia, che mai come questa volta risaltano nella loro bellezza.

La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: “O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l’amavi forte! Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

Non si conosce l’ora né il luogo preciso in cui l’omicida esplose contro Pascoli non un colpo di archibugio, come si disse (arma in disuso da secoli), ma di doppietta ad avancarica, precisa Burani.
Non ci fu scampo per papà Ruggero, che si accasciò nel calesse.
Sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l’agonia.
Pur senza guida, la cavallina raggiunse l’abitato di Savignano, dove qualcuno la fermò per l’andatura scomposta e scoprì il delitto. Mani pietose coprirono il cadavere con un lenzuolo e condussero l’insolito trasporto verso l’ospedale.
Questo accadimento percosse, disperse e distrusse la nostra famiglia, scriverà successivamente il poeta, in una lettera al marchese Guiccioli. Molto cinicamente, il principe Torlonia dette disposizione al nuovo amministratore, Achille Petri (ingegnere, ma non per questo persona per bene) di allontanare vedova e orfani dalla proprietà. Dal 12 settembre 1867, in piena sagra di San Mauro e solo un mese dopo l’evento tragico, i Pascoli si ritrovarono in miseria.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l’eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole.

La cavallina è l’intelligente protagonista di un episodio che Giovanni Pascoli ha eternato con i suoi versi.
Parlar non sai, poverina; altri non osa, diceva mamma Caterina. In realtà c’era una testimone, Filomena Lucchi, intenta a falciare le rive di un fosso con altre donne quando vide passare due uomini a lei noti. Ognuno con una doppietta in spalla, particolare che la sorprese, perché non era stagione né ora per andare a caccia. Mezzora dopo, udì un solo sparo.
I due erano gli stessi che la voce popolare indicava sommessamente come i colpevoli. Luigi Pagliarani, detto Bigeca e Michele Della Rocca, ma per omertà paesana nessuno volle farsi avanti ad accusarli e gli inquirenti non procedettero ad alcun interrogatorio, né sentirono la Lucchi. Le indagini dei Carabinieri non portarono a risultati e la giustizia si disinteressò di mandanti ed esecutori. La polizia volle seguire una falsa traccia. Pascoli riteneva che l’avessero suggerita in un giornale gli stessi assassini.
Burani dà conto dell’insuccesso giudiziario e come in una fiction avanza chiare ipotesi sul mandante principale e sul basista dell’agguato, che conosceva i dettagli degli spostamenti della vittima.
Atroce il disinteresse del principe per la vedova e i piccoli. Caterina morì di crepacuore un anno dopo. Tra il 1868 e il 1871 perirono di tifo e meningite i tre primogeniti, Giacomo, Margherita e Luigi.
Mentre nessuno dei sospettati dalla voce pubblica venne indagato, quattro innocenti subirono attenzioni indebite, ma furono scagionati da testimonianze e alibi. Nel delitto Pascoli, è morta anche la giustizia.

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