“Tempo senza scelte” di Paolo Di Paolo

Sono appena 105 pagine quelle che Paolo Di Paolo ha pubblicato nel saggio dal titolo “Tempo senza scelte” eppure vi sono condensate così tante riflessioni, così numerosi incontri con il mondo della poesia, della letteratura, della filosofia, dell’attualità politica, del giornalismo, del costume, che appare davvero difficile operare una sintesi, districarsi nel labirinto delle citazioni, trovare una vera sintesi del tema, molto arduo, che Paolo Di Paolo affronta con coraggiosa determinazione: domande che si aggirano, quasi minacciose, intorno ad un verbo che non è neutro: scegliere.

Ecco allora che lo scrittore ripercorre, in sei capitoli ben ordinati, un viaggio attraverso il pensiero di alcuni grandi scrittori che si sono trovati a scegliere e su quel tema hanno costruito parte delle loro opere: impossibile ricordarli tutti, ma il merito di questo libro per me è quello di averci riproposto libri che abbiamo letto nel passato e che, ora, ritroviamo quasi rinnovati perché letti da un punto di vista ben definito.
Stevenson in “Dottor Jekyll e Mr Hyde”, Mark Twain ne “Il Principe e il povero”, Hawthorne nel racconto “Wakefield” ci raccontano la doppiezza di ogni uomo, il male e il bene che ci dividono, come ben aveva raccontato Calvino ne “Il Visconte dimezzato”; anche Luigi Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” vede nel suo personaggio qualcuno pronto a scegliere di essere un altro, mentre uscendo dalla letteratura Di Paolo ci fa incontrare Walter Benjamin che, giunto nel settembre del 1940 alla frontiera tra Francia e Spagna, pronto a fuggire negli Stati Uniti, decide invece per una scelta radicale: si toglie la vita. Un altro protagonista di questo libro è Antonio Tabucchi: con l’autore di “Sostiene PereiraPaolo Di Paolo ha avuto una lunga frequentazione, e ne dà conto raccontando il valore della testimonianza che il fortunato romanzo ha avuto nel panorama letterario italiano: vediamo

“come il tempo lavora su Pereira, come i giorni che passano impercettibilmente lo modificano, lo segnano. Come lo spingono, finalmente a cambiare prospettiva... Di fronte alle torture che Monteiro Rossi subisce in un agguato, Pereira non può più rinviare l’appuntamento con la scelta”.

Scegliere nell’inferno è il titolo di un capitolo dedicato a Italo Calvino e al capitolo delle “Lezioni americane” che non ha scritto; si sarebbe chiamato Consistency, termine tradotto in italiano con Coerenza; si sarebbe ispirato al racconto di Melville “Bartleby lo scrivano”, che sceglie di dire no, divenendo muto, invisibile, inespugnabile. Le “Lezioni americane” sono diventate qualcosa di più di un fortunato saggio di letteratura, sono invece diventate quasi una lezione di vita, un modo di alleggerire il nostro bagaglio sottraendo pesi inutili, di guardare al futuro in modo più agile, più rapido. Ma Calvino ha scritto anche Palomar, nome del personaggio che è continuamente alla ricerca del segreto riposto nelle cose, che ne osserva la superficie che lui ritiene inesauribile, che è impegnato a guardare, a vedere, a pensare, a immaginare il mondo prima della sua nascita; anche un vecchio personaggio calviniano, l’Amerigo protagonista de “La giornata di uno scrutatore”, compie una operazione analoga: cerca di vedere, al di sotto della superficie, cosa avviene nella giornata elettorale al Cottolengo di Torino, in mezzo agli ammalati: e sceglie di non volgere altrove i suoi sguardi. Nel libro incontriamo personaggi della recente attualità: il fumettista romano Zerocalcare, un coraggioso militante che è andato a Kobane e che si batte contro l’indifferenza di tutti noi :

“Il cuore. Non uno qualsiasi. Il tuo – con i suoi bozzi, le sue cicatrici, le sue toppe. Batte per Kobane”

scelta coraggiosa, questa, di cui Zeroclacare sta pagando pesanti conseguenze, oscure minacce.

Ma c’è un altro scrittore, forse il più grande del nostro tempo, Philip Roth, che nel romanzo “Nemesi”, con il quale sembra essersi congedato dalla scrittura, pone al centro della narrazione le difficilissime scelte che il protagonista, Bucky Cantor, allenatore in un campo sportivo di ragazzi, a Newark, nel 1944, deve compiere: scelte dolorosissime, perché una epidemia di poliomielite sta uccidendo i suoi piccoli allievi, ed egli finisce per raggiungere la fidanzata Marcia, in una capeggio in montagna: agli scrupoli morali per aver lasciato la città e il suo compito, risponde alla ragazza che vorrebbe giustificarne la scelta:

“Non è questione di fare, è questione di esserci! Ora dovrei essere lì, Marcia! E invece sono nel mezzo di un lago, in cima a una montagna…”.

Recentemente un articolo della docente di filosofia Donatella Di Cesare sul Corriere a proposito di questo libro di Paolo Di Paolo scrive:

“Il richiamo di Kierkegaard risuona anche alla fine. Scegliere il posto che la vita ci ha assegnato, nel pubblico e nel privato, senza rinunciare, né abbandonarsi ai sogni. Piuttosto restare svegli, vigilare. E soprattutto: - Scegliere di essere per qualcosa, e non contro”.

Un monito, quello di scegliere per e non contro, che risuona di particolare attualità, e davvero molto perentorio, nel momento in cui Trump, nuovo presidente Usa, aveva scelto in campagna elettorale di far da cassa di risonanza allo scontento, ai risentimenti, all’odio di una intera classe di uomini senza voce né rappresentanza, in modo violento e spesso sproporzionato. Ora, forse, è arrivato il tempo della gentilezza, o come diceva Norberto Bobbio, della mitezza: una scelta, nel tempo senza scelte, forse più coraggiosa di altre più eclatanti e rumorose.

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