“Tre piani” di Eshkol Nevo

Molti scrittori israeliani, e tra loro certamente è possibile annoverare Eshkol Nevo, hanno una marcia in più, rispetto a molti autori europei: almeno questa è la mia impressione, dopo aver letto “Tre piani”, il bel romanzo appena pubblicato da Neri Pozza, un’esperienza letteraria intensa, come si legge sulla quarta di copertina per la penna di Guy Meroz, che mi conferma la grande potenza narrativa che avevo già trovato nel suo “La simmetria dei desideri” ( 2010).

L’architettura del romanzo è solida: tre piani di un condominio vicino a Tel Aviv, tre famiglie che si conoscono, tre storie separate che si toccano tangenzialmente, si sfiorano appena, ma tutte insieme compongono un quadro sociale, umano, antropologico che ci parla delle nostre paure, delle fobie che ci assalgono, dei rapporti difficili che viviamo quotidianamente, in ogni parte del pianeta, di cui il centro della contemporanea terra d’Israele appare una metafora facilmente riconoscibile.
Al primo piano vivono Arnon e Ayelet, una giovane coppia con due figli: la maggiore, Ofri, è una bimbetta incantevole che viene spesso lasciata in custodia dai vicini di casa, una coppia di anziani immigrati dalla Germania, Ruth e Hermann, lei insegnante di pianoforte, lui sempre in giacca e cravatta. Invece di pagare una costosa baby-sitter i genitori lasciano la piccola con i vicini, felicissimi di avere compagnia e di vivacizzare la loro vita di pensionati. L’affettività che Hermann dimostra nei confronti della piccola Ofri però sembra insospettire il padre della piccola, finché una sera, imprevedibilmente, Hermann e la bambina spariscono per molte ore; polizia e vicini sguinzagliati, ma li ritroverà in un boschetto lo stesso Arnon, che conosce la sua bambina e sa quanto quel posto le sia caro. Hermann è in stato confusionale e piange, Arnon lo strattona violentemente tanto che l’uomo deve essere ricoverato in ospedale; la piccola apparentemente non ha subito danni fisici ma, da quel giorno la vita della coppia cambia radicalmente e si incanala verso la scoperta della vera identità dei due coniugi, i loro drammatici contrasti, la probabile fine del loro matrimonio.
Al secondo piano abita un’altra coppia, Hani e Assaf. La loro storia la apprendiamo attraverso una lunghissima lettera che la donna, madre di due bambini, immagina di inviare alla sua amica del cuore, Neta, che vive a New-York: la sua solitudine, il dover crescere i bambini da sola, visto che il marito è spesso all’estero per lavoro, trascura lei e i figli, è da sempre distratto e con la mente rivolta agli affari internazionali che permettono alla famiglia una vita agiata e consentono a Hani di non lavorare.Una sera però si presenta alla porta il fratello di Assaf, ricercato dalla polizia per aver frodato i suoi clienti, e imprevedibilmente Hani lo accoglie, lo nasconde, ne resta affascinata anche se sa bene che da sempre aveva rotto i rapporti con suo fratello per gravi motivi a lei sconosciuti. Finale a sorpresa per questo bellissimo racconto, che apre la strada a quello, lungo, ambientato al terzo piano.
La giudice in pensione Dvora, che ha appena perso suo marito, giudice anche lui, immagina di parlargli tramite una antiquata segreteria telefonica, che ne conserva ancora la voce. Storia complessa e affascinante, quella della seconda vita che la donna si trova ad affrontare, per una serie di incontri casuali e di flashback che le restituiranno tutto ciò che aveva pensato di aver perso per sempre. Dvora è un’appassionata lettrice dell’opera di Sigmund Freud, che è un po’ il filo rosso che l’autore sembra seguire nello svolgimento della sua narrazione: secondo la teoria topografica dello scienziato austriaco l’anima è divisa in tre piani;

“Al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano terzo abita sua altezza il Super Io, che ci richiama all’ordine con severità…”

Lo scrittore pur raccontando storie difficili e piene di contraddizioni, metafore delle nostre vite contemporanee, così piene di attese ma anche di delusioni, di sconfitte, di perdite irreparabili, lo fa costruendo personaggi credibili, nei quali ritroviamo noi stessi e i nostri prossimi. Tel Aviv, il deserto, i soldati e il servizio militare, le scuole, il mondo dei piccoli, le dimostrazioni in piazza, il mercato immobiliare, ci raccontano un mondo laico, occidentale, nel quale però Eshkol Nevo riesce a rintracciare i rapporti complessi che si sviluppano in modo talvolta inatteso nelle coppie, nelle famiglie, generando solitudine, paura, diffidenza, scontentezza, follia. Il tema della maternità nelle sue diverse declinazioni, quello della reale intesa con il partner che spesso si rivela una sconfitta,la solitudine che ne deriva, la possibilità di una seconda occasione, tutto torna nella indagine affilata che Eshkol Nevo compie a partire dalle sue trame apparentemente semplici, che rivelano sempre, però, abissi inattesi e segreti sconcertanti.

“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia…L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.

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