“Treno di notte per Lisbona” di Pascal Mercier


“Nuestras vidas son los ríos que van a dar en la mar, qu’es el morir”
“La vita non è ciò che viviamo; è ciò che ci immaginiamo di vivere”
(Jorge Manrique)

Pascal Mercier pseudonimo di Peter Bieri, docente di Filosofia della Freie Universität di Berlino, con “Treno di notte per Lisbona” costruisce un romanzo di grande respiro narrativo e di forte intensità drammaturgica. Questa opera è stata trasposta nel film omonimo che, pur non aderendo del tutto alla trama, resa di molto più snella, ne permette di apprezzare visivamente la bellezza e i contenuti.

Il protagonista è Raimond Gregorius, un erudito professore di materie classiche di un liceo di Berna, in seguito ad un incontro e alla scoperta di un libro di un misterioso scrittore lusitano, Amadeu Inacio De Almeida Prado, affascinante medico intellettuale dissidente durante il regime di Salazar, la sua vita ne viene completamente stravolta. L’inquietudine che da tempo agita il suo animo lo porta a prendere d’impulso un treno per Lisbona per scoprire questo autore che tanto lo ha colpito.
Dalla Svizzera al Portogallo è l’anabasi di Raimond, una sorta di viaggio all’interno della sua anima e anche all’esterno, attraverso la vicenda umana e storica di Amadeu. Gregorius verrà in contatto in primis con la sorella Adriana che custodisce quasi religiosamente la memoria del fratello e con tutti gli altri amici e conoscenti che lo conobbero, lo amarono e ammirarono. Gli eventi che caratterizzarono il periodo della dittatura portoghese, con tutte le sue aberrazioni, s’intrecciano con la vita di Amedeu, figura eccezionale sia dal punto di vista dell’etica professionale che dal punto di vista umano. Una sorta di prete laico, dotato di un fervore sacro, di una brillantezza dello spirito e indipendenza e dirittura di pensiero.

“Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali, Ho bisogno dello splendore delle loro vetrate, della loro fresca quiete… ho bisogno della sacralità delle parole, della sublimità della grande poesia. Ho bisogno di tutto questo. Ma ho bisogno parimenti della libertà e dell’avversione nei confronti di ogni forma di crudeltà. Perché l’una è niente senza l’altra. E nessuno si sogni di costringermi a scegliere”.

Gregorius entra in contatto con l’anima di Amadeu de Prado immergendosi nella lettura appassionata del suo libro Um ouvres das palavras (“Un orafo delle parole”), un titolo allusivo ed elegante, dalla sonorità vellutata. Udì frasi che lo stordivano, perché sembravano scritte solo per lui. Parole scritte come a voler scavare, alla ricerca di esperienze sepolte, per essere l’archeologo di se stesso.
Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto? Parole che si imprimono a fuoco nel suo animo, domande che incidono come bisturi e fanno trasparire profondità incerte. Esiste un mistero sotto la superficie dell’agire umano? Oppure gli uomini sono tali e quali ce li mostrano le azioni? La risposta cambia a seconda della luce che cade sulla città di Lisbona e sul Tago. Se è la luce abbagliante del sole di agosto sembra strano il pensiero di una profondità nascosta negli esseri umani, se è la luce di una fosca giornata di gennaio, l’agire umano è l’espressione di una vita interiore nascosta a profondità indicibili che preme per venire alla superficie, senza mai riuscirvi in alcun modo. Le parole sono espressione di un pensiero o solo fonemi triti e ritriti? Emerge un cocente desiderio di rifondare l’idioma con frasi cogenti, incorruttibili e irrevocabili, in questo simili alle parole di un dio. Così precise e concise, qualcosa come una poesia cesellata da un orafo delle parole. La profondità dello scritto di Amadeu, l’interiorità che lo attraversa come notare con spavento un abisso fra la percezione altrui e il proprio vissuto, di avvertire di quanto grande è lo scarto tra quanto è famigliare dall’interno e quanto lo è visto dall’esterno, e questo ci rende estranei a noi stessi e agli altri in una sorta di barriera. Ma se niente si sovrapponesse tra noi e gli altri potremmo precipitare gli uni nell’abisso degli altri?

“Nos homens, que sabemos uns dos outros?”

Noi uomini: che cosa sappiamo gli uni degli altri? Come diceva Prado tutti hanno davanti a sé la medesima immagine di una persona, ma ciascuno vi scorge qualcosa d diverso, dal momento che ogni frammento di mondo umano esteriore è anche un frammento di mondo interiore. Eppure lui era sicuro di di non essere mai stato in nessun minuto della sua vita quale era apparso agli altri, non si era riconosciuto nel suo aspetto esteriore e questa estraneità l’aveva atterrito nell’intimo e il suo prezzo era stata la solitudine. Gregorius sente come una consonanza con Amadeu, pensava alla grande distanza che era sempre esistita fra lui e quanto accadeva nel mondo. Non che non si fosse interessato agli avvenimenti politici, ma per lui era come leggere Tucidide, la fascinazione per le parole, dietro le quali passavano in seconda linea i fatti per quanto terribili, sanguinosi ed ingiusti. Gregorius, Mundus, per i suoi studenti e colleghi, subisce la fascinazione del medico portoghese, una consonanza di sentire sconvolgente, della Lisbona dalla luce intensa, unica, tra i barrios che la percorrono, rimane abbagliato dalla sua storia e ne porta un ricordo indelebile. Rivedrà Berna con occhi rinnovati, le case, le piazze, le vie non più mere quinte della sua vita, ma molto di più. I destini di due uomini eccezionali e diversi che il fato ha cospirato di avvicinare idealmente.

In uno stile elegante, ma mai affettato, un periodare lirico che armonizza con il contenuto in un connubio ideale tra musica e parole, l’autore ci restituisce una storia d’eccezione. Non è una novità costruire un romanzo attraverso un altro scritto rinvenuto casualmente che lo fagocita o che parallelamente ne percorre il tracciato, ma l’aspetto peculiare è come i due protagonisti ne delineano tutto il percorso narrativo.Un substrato filosofico s’innesta nella narrazione in cui i pensieri dei personaggi si squardenano con grande interiorità psicologica. Suggestive le lettere del padre di Prado in cui si mette a nudo al figlio e gli tributa il suo amore mai confessato. La figura della madre un po’ in ombra al monumento del marito da lei stessa eretto e poi dopo la di lui morte come destata a una sua propria vita che traspare attraverso le domande del figlio. Grandiose le figure femminili, la ieratica sorella Adriana ed Estefania l’amore di Prado. Ma su tutti, campeggia lui, il medico lusitano, Amadeu, la quintessenza dell’uomo che fece della sua vita un capolavoro, quell’uomo che si chiedeva sulla vita più di quanto si chiede un filosofo, La vita non è ciò che viviamo; è ciò che ci immaginiamo di vivere... consapevole dei suoi meriti, eppure tormentato dalla sua stessa estrema sensibilità del vivere. “Treno di notte per Lisbona” ammalia e prende come Le parole di un orafo rapisce Gregorius, perché si percepisce un afflato lirico che impregna il libro e si trasmette al lettore che si sente privilegiato di farne parte.

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