“Un amore sbagliato” di Giulia Alberico

Con il suo nuovo romanzo, “Un amore sbagliato” (Sonzogno, 2015), Giulia Alberico torna a raccontarci una storia intrigante, densa di emozioni e di personaggi a tutto tondo, uomini e donne del nostro tempo, che vivono a Roma, che lavorano, che attraversano il quotidiano spesso banale che caratterizza la vita di tanti di noi, ma lo sguardo con cui osserva la realtà la scrittrice è profondo, complesso, diverso e questo sguardo è capace di trasformarsi in parole, periodi, capitoli di una scrittura originale e piena di echi, di richiami, di sensazioni che pensiamo di aver provato tutti, almeno in qualche fase del nostro percorso di vita e che incontriamo in molte pagine dei suoi libri, pagine che ci fanno riconoscere amiche se non sorelle della autrice che, raccontando se stessa, racconta tanto di noi lettori e lettrici colti in momenti difficili, gioiosi, incerti della nostra esperienza di vita.

Lea, la quarantenne maestra di cui Giulia Alberico ci racconta in terza persona, è colta in un momento particolare della sua vita: vive da anni un rapporto quasi coniugale con Stefano, che ha incontrato dieci anni prima agli esami di maturità, lui professore universitario e capace letterato, lei già laureata ma desiderosa di insegnare ai bambini delle elementari e di dedicarsi alla loro formazione e crescita. Il loro rapporto si è affievolito e Lea è stanca, insonne, insoddisfatta. Parte per un corso di aggiornamento in una città emiliana per ricaricarsi in ogni senso e, in una pausa dei lavori del convegno, “Le ragioni della fantasia”, incontra un fascinoso coetaneo, dagli occhi lampeggianti e dal fascino immediato; poche parole, uno scambio di indirizzi di posta elettronica ed ecco partire un rapporto che dapprima è solo di scambio e di reciproca conoscenza, ma poi si fa sempre più intenso, intimo e coinvolgente.
Tutta la prima parte del romanzo ci racconta Lea divisa fra la fedeltà ad un rapporto ormai consolidato con Stefano e l’innamoramento sempre più evidente e sentito per il bel Marco, che piomba a Roma in rapidissime ed emozionanti visite che permettono ai due di vedersi, stringersi, donarsi momenti di affettuosa intimità vissuti sempre in pubblico: alla fermata del metro, alla limonaia di Villa Torlonia, a Villa Glori.
Lea sogna, progetta, ama questo “angelo gentile” che tuttavia mantiene una sottile e segreta ambiguità, che ben presto sarà rivelata: divide la sua vita affettiva non già con Carla, come aveva confidato a Lea quando si erano da poco conosciuti, ma con Carlo, un ragazzo che mostra subito un’evidente gelosia e ostilità per la donna che impone la sua presenza disturbando l’armonia fra lui e Marco. Per Lea è un colpo durissimo che tuttavia orgogliosamente crede di poter sopportare, tanto è ormai definito come innamoramento il rapporto che crede la unisca a Marco. Le sembra che amare un omosessuale sia insolito ma possibile e lui sembra confermare con i suoi atteggiamenti affettuosi e partecipi tale possibilità.
Lea cerca conforto nel fedelissimo gruppo di amiche, che hanno una parte importante nella sua vita.
Il quadrilatero, la metafora geometrica che si confronta con il triangolo amoroso di Lea, sono Clorinda, un’attrice compagna di scuola sin dai tempi della giovinezza, Vittoria, la collega maestra con cui condivide la passione per la didattica, e Antonia, l’ultima che si è unita al gruppo. Tutte diverse per vite, formazione, esperienze, le tre donne costituiscono quasi un “coro” che dona risalto narrativo alle difficoltà, ai dubbi, alle sofferenza che la vicenda con Marco non potrà che consegnare a Lea.
In effetti, malgrado la determinazione con cui Lea crede di poter portare avanti la vicenda amorosa con Marco, per Marco le cose non potranno risolversi diversamente da come in effetti si concluderanno: Lea dopo un unico rapporto sessuale che i due si sono imprevedibilmente concessi, verrà bruscamente abbandonata con poche fredde parole faticosamente estorte in una telefonata.
Giulia Alberico riesce a raccontare una telefonata che si conclude male con un’abilità e con un ritmo efficaci, raccontando in modo serrato il senso di tante comunicazioni difettose di cui abbiamo fatto talvolta esperienza diretta, lasciandoci muti e disperati.

Anche Stefano che ha compreso finalmente l’allontanamento di Lea, Stefano che comprende e tollera, è costretto a mettere la compagna di fronte alle conseguenze delle sue scelte.

Molti che tendono a classificare in un cerchio chiuso le donne che scrivono per le donne e per il loro mondo, nel caso di Giulia dovranno ricredersi: i personaggi maschili sono costruiti e tratteggiati con uguale profondità, con simile scavo psicologico, con acuta capacità di osservazione degli atteggiamenti mentali che caratterizzano i comportamenti di tanti amici, mariti, compagni della nostra generazione nel rapporto con le loro partner:

“Un’autrice italiana che ha molto da dire sul mondo delle donne”


leggiamo nella quarta di copertina, ma è un giudizio riduttivo.

Per chi non abbia ancora letto il libro non voglio rivelare cosa succeda nella seconda parte del romanzo, la mia preferita. Ci spostiamo da Roma, in piena estate, nella città sull’Adriatico dove c’è la vecchia casa di famiglia di Lea, dove lei non è più stata dalla morte di sua madre Maria Grazia, avvenuta cinque anni prima. Qui si è rifugiata la vedova di zio Gennarino, fratello di sua madre.
Zia Sofia, una bella donna poco più che sessantenne, dopo una vita di moglie fedele e sottomessa, apparentemente appagata, ma in realtà scontenta della vita vicino ad un uomo vecchio prima del tempo, gentile e compito ma freddo e distante, troppo attaccato alla sorella e alla loro comune origine, decide di riprendere la sua grande conculcata passione, la pittura: dunque nella casa del mare, con la sola compagnia della vecchia domestica Immacolata, testimone privilegiata della storia della famiglia De Angelis, la zia dipinge giardini, piante, fiori, mai persone.
L’arrivo inatteso della nipote Lea non sembra turbarla più di tanto, quasi ne attendesse la comparsa. Fra le due donne nasce nel corso della torrida estate abruzzese una vicinanza, una riscoperta, una complicità che le rende vicine, l’una alla ricerca della madre mai veramente conosciuta e amata, l’altra priva di figli suoi e forse pentita di non averne avuti. Anche le amiche del quadrilatero giungono nella casa del mare, ammirate della sua grandezza e del suo fascino fuori tempo, felici di trascorrere giornate lunghe e oziose in compagnia di zia Sofia, di cui tutte sembrano subire la seduzione, fra cene ricche, chiacchiere indolenti, confidenze e racconti inediti.
Lea, felice ed appagata per la presenza di affetti solidi e di una nuovo benessere psicofisico, sogna, stesa sulla chaise longue sulla terrazza della casa sul mare , una vita che può essere diversa, piena di ricchezza e di fantasia…
C’è anche una terza parte, nel romanzo di Alberico, che ovviamente non posso svelare, ma nel quale i personaggi si ritrovano, si ricompongono, riassumono il loro ruolo con onestà, con saggezza, con senso della realtà, che è fatto di famiglia, di tradizioni, di pranzo di Natale, di recite scolastiche, di quotidianità serena e pacificata dopo le tempeste che si sono affrontate e finalmente superate.

Se questa è, ovviamente sintetizzata, la storia che la scrittrice ci racconta, non posso che soffermarmi sul modo in cui la racconta, sullo stile, sulla scrittura che Giuseppe Pontiggia ha definito “ammirevole, calibrata, discreta, ironica quanto basta”: come dirlo meglio del grande scrittore amico ed ammiratore della scrittrice Alberico?
A me in particolare piacciono del suo stile il ricorrere così frequente all’enumerazione di piante e fiori che costituiscono una sorta di flora simbolica intorno a cui germogliano e trovano alimento le sue storie di amori ed emozioni che danno senso al romanzo: ecco allora piante “dai nomi poco noti”, aspidistre e acanti, palme e prugnoli, e piantine più umili, primule, tarassaco, aneto selvatico, trifoglio, asparagina, rosmarino, borragine e poi piante di frutta, fragole, nespoli, limoni, e lungo le vie di Roma platani, pini, oltre ai fiori colorati e profumati, ranuncoli, mimose fiorite a primavera, bocche di leone, robinie, asfodeli, oleandri, fresie, raccolte in un barattolo a scuola per profumare le pareti dell’aula e allargare gli occhi ai bambini.
Roma è il palcoscenico amato, esplorato nelle diverse stagioni, a primavera con le fioriture, per la strada di Monte Mario che conduce alla scuola dove i bambini giocano in giardino, nelle grandi ville cittadine verdeggianti, sul tram che attraversa villa Borghese.
La visita al camposanto della città di mare, tappa obbligata quando si vive in un piccolo centro, dà lo spunto per questa descrizione che racconta la capacità evocativa dei paesaggi naturali nella prosa di Giulia:

“La campagna, uscite dal paese, era verdissima e nonostante fosse piena estate, le vigne grasse e cariche di grappoli, i canneti danzanti nell’aria in movimento, i fossi pieni d’erbe di campo ancora non seccate dal sole.”

Nel testo compaiono le canzoni e le musiche a fare da colonna sonora di una generazione, La donna cannone di De Gregori, Poster di Baglioni, e ancora Ivano Fossati e le canzoni tradizionali della festa paesana, Rosamunda, Dove sta Zazà, La Marcia di Radetzky, il Coro del Nabucco e da lontano una eco di Bésame mucho… ma anche il concerto K466 di Mozart a la chitarra di Gardel. E poi i libri, sempre amati, sempre evocati come spunto per riflettere, ricordare: Cent’anni di solitudine, con il personaggio di Fernanda, Teresa Batista stanca di guerra, l’Ecclesiaste, Ariosto, Virgilio, Euripide, Montale non evocato direttamente ma suggerito…

”E pensava, tra sé, come fare per rammendare la scucitura che s’era aperta in un niente. Come una maglia sbagliata, un punto saltato. Uno sbaglio!”

Nel testo le figure retoriche abbondano ma non riescono ad appesantire il testo, che scorre via fluido e leggero… ecco allora espressioni letterarie come sogno sognato, mare maroso, il ricorso a figure di senso, come la similitudine fra Marco e Antinoo, fra Vibia Sabina, la moglie dell’imperatore Adriano e la stessa Lea, accomunate da un analogo tragico destino amoroso.
E infine, più potente di tutte, la metafora di Cipro: è una fermata della metro dove Lea e Marco si danno ripetutamente appuntamento, ma è anche un’isola favolosa ricca di storie posta al centro del Mediterraneo, ma ancora di più nel testo diventa il sogno di un’altra vita, dell’evasione e la fuga verso la vera felicità, quella inseguita e forse mai raggiunta, quella a cui tutti noi diamo un nome segreto, anche se siamo incapaci di visualizzarla, la parola chiave che apre le porte dell’eden, del non conosciuto e solo sognato.

“E così dire ‘ ci vediamo a Cipro, sono andata a Cipro, quando torni da Cipro?’ voleva dire per lo più di quel luogo lontano dove era possibile riavvolgere il nastro del Tempo e delle Necessità, delle Convenienze e dalla Misura, senza altro equipaggiamento necessario che la gioia e la fantasia di fingersi amanti innamorati”.

Nel romanzo c’è una densità di personaggi e di luoghi, di atmosfere e di emozioni, di viaggi fatti o solo sognati, che dilatano il microcosmo di un quartiere romano preso ad esempio della normale vita di una maestra elementare dei nostri giorni, microcosmo che vola e arriva a Stoccarda, in Tanzania, a Bruxelles, a Capri, a Siusi, a Parma, sulla costa del mar Adriatico e finalmente a Cipro, luogo di arrivo di tutte le fantasie di cui il romanzo ci racconta, ci suggerisce, ci fa immaginare.

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