“Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto” di Jean d’Ormesson

Passatemi una boutade, mi viene dal cuore: Jean d’Ormesson è un primatista del pensiero "sui generis", se invece di scrivere i libri che scrive avesse redatto i trafiletti di una rivista di giardinaggio, ebbene quei trafiletti sarebbero ugualmente pura letteratura. D’Ormesson è un raro esempio di intellettuale organico, un aforista accessibile alle masse, un metafisico-scientista dal nitore adamantino, uno che tratta i massimi sistemi come se trattasse la toponomastica del suo quartiere. Ancora: è un filosofo che non ha bisogno di dimostrare quanto e bravo e che quindi non se la tira con i tecnicismi, un saggista da mandare a memoria, per la densità degli argomenti e la democraticità letteraria di stile e contenuti.

Prendete questo “Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto” (Edizioni Clichy, 2014): c’è qualcuno tra voi che riesce a dirmi esattamente entro quale genere andrebbe collocato? E’ un romanzo o cosa? Forse è un saggio narrativo o una specie di testamento spirituale, un’autobiografia anomala. Però può leggersi anche come una biografia del mondo, come un’articolata indagine sul tempo, come una trasversale dissertazione su Dio. Come inquadrare un libro che comincia dissertando sul destino dei libri e che si chiude con domande e tentativi di risposta sul perché dell’universo?

Un dato si impone come incontrovertibile: i confini di questo libro sono felicemente labili. Le invasioni di campo sono all’ordine del giorno poichè Jean d’Ormesson è un autore che mal sopporta i compartimenti stagni, le rigide categorizzazioni. La sua prosa tracima attraverso stilettate brevissime, seducente e incisiva come una ragazza della notte e puntuale come il destino.
Leggete questo scampolo sul Tempo e ditemi se non tintinna come moneta sonante in sé e per sé:

“Ecco. Tutto cambia. Tutto rimane simile. E’ il mistero del mondo. Questo mistero ha un nome. Si chiama tempo. Il tempo passa. Scorre. Fugge. Scompare. Ed è sempre qui. Se ne va e rimane. Cambia e non cambia. (…) Non parlare del tempo sarebbe come passare sotto silenzio la chiave di ogni vita e del mondo (…) Noi siamo fatti solo di tempo, Dio – o il caso – ha dato la spintarella da cui è nato l’universo. E ha lasciato che il tempo facesse il suo lavoro tutto da solo” (pag. 160-161).


E poi leggete questo, nel caso vi servissero verifiche:

“Sogneremo a lungo cosa avrebbe potuto essere un universo senza nessuno, non solo per pensarlo e cercare di capirlo, ma semplicemente per vederlo, ascoltarlo, annusarlo, farlo vivere. Non c’erano colori perché non c’era sguardo. Non c’era alcun suono poiché non c’erano orecchie per captare le onde che si propagavano invano. Vorrei assolutamente credere che ci fosse qualcosa, ma non c’era niente poiché siamo noi che decidiamo che esiste un mondo intorno a noi” (pag. 197).

“Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto” è pieno di pensieri e parole così: un occhio al darwinismo, uno alla speranza oltremondana, uno a Einstein, un altro all’escatologia, tra big bang e cosucce più terra-terra, incontri amorosi, il nonno, le sfere celesti e i libri che contano, i luoghi dell’anima, la bellezza, il dolore, il gioire e lo svanire. Un diario intimo e universale al tempo stesso, attestato sul crinale in chiaroscuro dell’esserci per la morte, come aveva intuito Heidegger, lo scheletro portante, in fondo, di questa cosa che chiamiamo vita. Traduce dal francese Tommaso Gurrieri.

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