“Una dolce carezza” di William Boyd

William Boyd è considerato uno dei grandi scrittori inglesi viventi. Il suo sedicesimo romanzo, uscito in Italia per Neri Pozza, “Una dolce carezza”, conferma, oltre al talento dell’autore, una sua cifra stilistica: raccontare storie di persone apparentemente destinate a rimanere nell’ombra, le cui vite intense, plasmate da forze sconosciute, sorrette da coraggiose scelte personali o influenzate dal caso, si trovano invece ad attraversare la Storia da protagoniste.
Come era stato per “Ogni Cuore umano” ed i romanzi pubblicati successivamente, “L’inquietudine”, “Aspettando l’alba” e “Le nuove confessioni”, si tratta di una narrativa dai forti connotati realistici – personaggi tratteggiati in maniera così perfetta da indurre i lettori a credere che siano realmente esistiti – e che utilizza spesso la forma espressiva della biografia, dell’autobiografia e del diario.
Per rendere la trama ancora più credibile, in quest’ultimo romanzo, è stata aggiunta una serie di foto scattate e citate dalla protagonista.
Tuttavia, al fine fugare ogni legittimo dubbio, viene precisato che:

"Le fotografie provengono dalla collezione personale dell’autore.
Sono stati computi tutti gli sforzi possibili per rintracciare i detentori di eventuali copyright del materiale riprodotto in questo volume. Chiunque non sia stato sia pur involontariamente citato è pregato di rivolgersi all’editore.
Quest’opera è frutto della fantasia, sebbene si citino personaggi storici e figure pubbliche. Tutti i dialoghi sono immaginati e gli eventi non sono realmente accaduti".

Fra realtà e finzione, dunque, il romanzo narra la vita di Amory Clay, nata a Londra il 7 marzo 1908, primogenita di una famiglia benestante:

“Mio padre, “Beverley Vernon Clay, più noto ai suoi pochi lettori (anch’essi scomparsi da lungo tempo) come B.V. Clay, fu un uomo di lettere, autore di racconti di argomento soprannaturale e romanziere fallito”.

Arricchitosi grazie alle royalties dell’allestimento teatrale del suo unico scritto di successo, venne segnato irreparabilmente dall’esperienza avuta durante la Prima Guerra Mondiale e che lo avrebbe portato a una vera e propria depressione.
La madre, Wilfreda, fu una presenza fredda e distaccata:

“era una donna alta, occhialuta e piuttosto goffa che si sforzava di nascondere l’affetto che provava per i figli e ci riusciva benissimo. (…) Era abbastanza paziente nei nostri riguardi ma solo perché sembrava avere cose più importanti a cui pensare”.

C’erano poi gli altri due piccoli Clay – Peggy, una bambina dallo spiccato talento per la musica, e Alexander, detto Xan, un bambino "con dei problemi”.
La figura maschile più presente, durante la guerra, a Beckburrow, la proprietà acquistata nell’East Sussex, fu così il fratello minore della madre, Greville Reade-Hill, fotografo del bel mondo, l’unico vero amico di Amory, colui che le insegnò i primi rudimenti dell’arte fotografica. Lo scatto dell’otturatore della sua prima fotografia, nella primavera del 1915, durante la festa di compleanno della madre, rappresentò il colpo di pistola dello starter, l’inizio di una corsa destinata a durare tutta una vita.

Ma l’evento fondamentale nell’esistenza della giovane Amory, che all’epoca frequentava il collegio femminile di Amberfield, fu il tentativo di suicidio-omicidio di suo padre, che si era gettato in un bacino artificiale alla guida della sua auto con a bordo la figlia:

“La prima conseguenza del nostro tuffo nel laghetto fu che mio padre venne dichiarato infermo di mente e ricoverato in un «manicomio di lusso», come lo definì mia madre. Io invece ne ricavai un bell’esaurimento nervoso. (…) Non potei continuare gli studi per quell’anno e trascorsi i mesi successivi confinata a letto e sottoposta alle terapie più disparate”.

Dopo gli esami finali, non particolarmente brillanti, non si parlò più di College: fu così che Amory si ritrovò a vivere a Londra, nell’appartamento dello zio – per il quale, ignara della sua omosessualità, aveva una cotta –, guadagnandosi da vivere frequentando, con Greville, i salotti più esclusivi della città per fotografare membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia.
Dopo la collaborazione con la rivista Beau Monde, morta sul nascere, il soggiorno nella Berlino degli anni Venti e gli scatti licenziosi che riproducevano l’ambigua atmosfera dei club per lesbiche e uomini adulti in compagnia di ragazzini, così da provocare uno scandalo e far parlare di sé in patria – tentativo per altro fallito.
Ma ci saranno altri “eventi chiave” da documentare con la macchina fotografica, come i disordini fascisti nella Londra del 1930; la liberazione di Parigi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in una Francia resa euforica dalla presenza delle truppe americane; e poi, più tardi, la guerra in Vietnam: il paesaggio, dall’Europa all’America e poi in Asia, ci conduce in angoli di mondo mai banali.
Quella di Amory è una vita avventurosa che attraversa gran parte del XX secolo.
Amori, amicizie, un matrimonio, molti viaggi, sogni, passioni e tradimenti, fughe, ritorni e rimpianti: fili che si intersecano formando una rete, tanti destini all’interno di un’unica storia collettiva dove si muovono famosi personaggi del XX secolo e, in particolare, fotografe che nel loro campo sono state vere e proprie pioniere, che hanno saputo affermarsi un settore dominato dagli uomini.
Ma tra i nomi di donne reali – Annemarie Schwarzenbach, Martha Gellhorn, Dickey Chapelle, Diane Arbus… – vi sono altre creazioni di fantasia dell’autore, tratteggiate con tale autenticità da convincere chiunque della loro esistenza.
Si tratta, come si diceva, del particolare talento di William Boyd di trasmettere, attraverso la padronanza di una la prosa precisa e nitida, l’immediatezza di una situazione, la complessità di una vita, nonostante tutto, ben vissuta.
Spesso i riferimenti dell’autore sono costituiti dalle riviste per cui Amory lavora, ma nelle pagine si alternano anche estratti del diario del 1977, in cui la protagonista descrive la sua vita quotidiana in compagnia del fedele e affettuoso labrador, in un cottage a Barrandale, un’isola delle Ebridi, dove:

“Bevo whisky a pranzo e gin la sera. (…) Leggo, fumo, ascolto la radio o della buona musica e mi godo quel delizioso senso di ebbrezza, fra la voce del vento e quella del mare in burrasca. Il whisky mi agevola il sonno e tiene lontani gli incubi”.

L’epilogo di questa ricostruzione di una vicenda personale dentro un’epoca, dentro il muoversi della Storia, è una delle parti più emozionanti. Amory non può fare a meno di “convocare” le figure care scomparse e di pensare alla propria morte:

“«Mia madre è morta nel 1969. Greville nel 1972. La famiglia Clay va sparendo».
Dunque la vita serve solo a prepararci alla morte, unica vera certezza di noi esseri umani? Le morti di cui sei testimone o di cui senti parlare, le morti di chi ti è vicino e di cui a volte sei la causa, sia pur a malincuore (penso al mio povero Flinn), ti preparano segretamente e gradualmente alla tua dipartita. Se ripenso a tutte le morti della mia vita, quelle che mi hanno lasciata attonita, così come quelle degli sconosciuti cui ho assistito per caso, sento che sono state loro a far maturare in me questa convinzione. Non te ne rendi conto da giovane, ma più invecchi e più questo bagaglio di conoscenze ti parla, e ti tocca da vicino.
Forse però vale anche il contrario, cioè che tutte le morti che incontriamo rendono più ricca e intensa la nostra vita. La tua parata personale di lutti ti insegna ciò che è davvero importante, per quale motivo valga la pena di vivere. Ed è una lezione essenziale, perché, quando lo impari, impari anche il contrario, ovvero quando la vita non merita più di essere vissuta. E allora puoi morire in pace”.

Sembrerebbe semplicemente l’amara quanto lucida presa di coscienza della caducità dell’esistenza, delle responsabilità tradite, delle asperità e delle prove che ci pone davanti, eppure, come se l’autore riuscisse a cogliere ogni singolo battito del cuore del suo personaggio, le ultime pagine diventano un inno alla vita ed alle infinite declinazioni del verbo vivere.

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