“Una luce quando è ancora notte” di Valentine Goby

Negli anni recenti si sono moltiplicati i romanzi o le testimonianze di ex deportati che hanno raccontato l’esperienza del lager, ma un libro sconvolgente come quello scritto dalla giovane Valentine Goby, nata molto dopo, nel 1974, non l’avevo ancora letto.

Mi sono trovata ad interrompere la lettura del lungo testo perché il dolore e l’assurdità che mano mano venivano descritte me lo imponevano: tuttavia la speranza di sopravvivenza che ha ispirato e tenuto in vita Mila, la ventenne francese, prigioniera politica deportata a Ravensbruck nel 1944, vale la lettura del durissimo libro.

“Un testo terribile, doloroso, atroce nella sua precisione e nella sua verità… Uno strumento espressivo al servizio della memoria”.

Queste le parole con cui il critico di “Le Monde” sintetizza la storia raccontata nel libro, la storia di Suzanne Langlois, che per aiutare il fratello, attivo nella Resistenza, finisce in una retata che la porta direttamente in Germania, nel famigerato lager dove sono rinchiuse migliaia di donne, Ravensbruck.

“In Germania… ci sono campi di concentramento . Lei non è ebrea, né vecchia, né malata. Lei è incinta, chissà se questo conta, e se sì, in che modo”.

E’ proprio questa l’originalità della storia di Mila: riuscire a sopravvivere per molti mesi al gelo, alle privazioni, alle epidemie, alle punizioni, alle selezioni, alla denutrizione, nascondendo la gravidanza, aiutata dalle compagne che, una dopo l’altra, periscono: l’ultima, Teresa, una polacca, le darà la forza di tenere duro, intenzionata a proteggerla e a condividere il bambino che forse nascerà in quell’inferno; un’infermiera tedesca farà da levatrice e il piccolo James vedrà la luce, anche se la sua sopravvivenza, come quella di altri neonati, sarà una sfida.

In quel campo di morte esiste una Kinderzimmer, contraddizione esplicita in un posto dove si tende alla eliminazione programmata delle donne prigioniere. In questo luogo neonati sofferenti, denutriti, esposti al freddo e alla mancanza di alimenti, di abiti, di medicinali, tentano di resistere, allattati dalle loro madri o da altre donne: Sabine, una ragazza prigioniera a sua volta, si occupa di loro e si affeziona a Mila.

Quando il piccolo James muore, Sabine lo sostituisce con un altro neonato la cui madre, una donna russa, non è sopravvissuta: ecco allora tra le braccia di Mila il piccolo Sacha, che diverrà per la madre Sacha-James. Incredibilmente, malgrado nulla lo lasci sperare, siamo ormai nell’aprile del 1945, Mila riesce a salire su un piccolo convoglio che insieme ad altre quattro donne e ai loro bambini, le accompagna in una fattoria dove lavorano prigionieri di guerra. Mila e Sacha insieme ce la faranno, riusciranno a raggiungere un camion della Croce Rossa e a ritornare in Francia.

L’accoglienza in patria degli ex deportati non è calorosa: chi torna dal lager è uno strano essere, un alieno deprivato, con grandi difficoltà ad essere ascoltato e capito, e questo succede anche a Mila, con un figlio al seguito senza padre, con una storia impossibile ad essere raccontata o creduta.
Molti anni dopo, quaranta, Suzanne-Mila siede in un liceo per portare la sua testimonianza ai ragazzi distratti di oggi. Ha radunato i foglietti grigi dove con un pezzo di pirite aveva appuntato tutto quello che aveva vissuto, lei e le sue sorelle-amiche, a Ravensbruck : Lisette, Georgette, Teresa, Adèle, Marie Paule, Wera, Katrien, Louise, sono tutte scomparse e lei ne è diventata voce e memoria.

”Servono degli storici che diano conto degli avvenimenti; dei testimoni imperfetti che restituiscano l’esperienza singolare; dei romanzieri che inventino ciò che è scomparso per sempre: il momento presente”.

Questo romanzo intenso, drammatico, atroce, è dunque la risposta più eloquente ai negazionisti che continuano a sproloquiare in molte sedi, anche accademiche, affermando la falsità delle testimonianze sulla Shoah. Che leggano, che piangano, che si indignino anche con la lettura di questo libro.

Lila rinasce il 24 aprile del ’45, sul sentiero fangoso all’uscita della fattoria, ultima prigione, quando con un braccio regge il piccolo Sacha-James e con l’altro raccoglie dei lillà, viola e profumati…

“I lillà non sono la Storia, ma la mia Storia, i lillà segnano il giorno in cui ho camminato senza costrizioni senza altro imperativo che salvare mio figlio, ed è stato quel giorno che ho cominciato a credere che avrebbe potuto vivere.”

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