“Via Ripetta 155” di Clara Sereni

Da trasloco a trasloco (dal latino locus - "luogo” - e dal prefisso “tras”, dal latino trans ossia "al di là, attraverso"), come a segnare un passaggio, una parentesi, come da un inizio a una fine, come a indicare - ancora - moto a luogo, un cambiamento di stato e di età. Il romanzo “Via Ripetta 155” di Clara Sereni (Giunti, gennaio 2015) narra di una casa-totem nella romana via Ripetta e dei dieci anni di desiderio che le (s)corrono attorno giocoforza, nel periodo 1967-1977, dall’immediata vigilia della rivoluzione (quando tutto era da fare e sembrava possibile) all’asfissia dei sogni. Un ritrovo bohèmien e intorno la Storia - minuscola e giganteggiante, epica e qualsiasi -, tra interstizi di vita e politica, incontri musicali, sampietrini e celerini, amore libero e idee altrettanto. Ritroviamo le tappe in progress - pubbliche e private - di una perdita di innocenza, gli echi di una nazione diventata adulta (e dunque cinica e disillusa) al pari di una generazione comunque fulgida come oggi non si usa più, da Mao alle P38 senza passare dal via.

Attenzione però che “Via Ripetta 155” non va ascritto alla serie noi-fiction meraviglie del passato + nostalgie canaglia ed è tutt’altro che il genere “com’eravamo” (belli-giovani-forti) e “come siamo diventati” (egoisti-afasici-privi di slanci). Il romanzo di Clara Sereni (Candidato al Premio Viareggio di quest’anno) è piuttosto un classico romanzo di formazione (ideale, politica, sentimentale) ambientato al tempo del ferro & del fuoco. Lo sviluppo è diaristico, l’ottica soggettiva ma, malgrado ciò, priva di malinconismi e/o precettismi. Dalle bombe di piazza Fontana a quelle di Piazza della Loggia, dall’omicidio in questura di Pinelli a quello di Giorgiana Masi, dall’uccisione simbolica dei padri (borghesi) all’apprendistato cinefilo a via di pellicole di Bertolucci e Maselli, ogni episodio si incrocia funzionalmente alla formazione (alla presa di coscienza) etica e sociale della protagonista (l’autrice stessa), capace di declinare i ricordi di un decennio strumentalizzato (spesso), a seconda della prospettiva in cui si inquadra. C’è qualcuno che ancora, per esempio, parla e scrive del Sessantotto come anno prodromo della lotta armata, sottacendo il fatto che essa è invece figlia di una frustrazione, di un’impotenza, della degenerazione drammatica di un sogno ucciso giovane, trucidato in primo luogo dal cinismo di una Nazione reazionaria e sotto molti aspetti già “da bere”. Questo romanzo - dalla prosa limpida e non autoreferenziale - può servire, anche in tal senso, a fare chiarezza.

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