“Voce interrotta” di Mauro Germani

Sono poco incline a occuparmi di poesia, se vi segnalo “Voce interrotta” (Mauro Germani, Italic 2016) è perché si pone come antitesi allo scrivere poetico convenzionale. Per me si tratta di una discrimine decisiva, il metro di misura per separare il grano dal loglio, il velleitario dal sostanziale, l’alto dal basso lirico, e non parlo soltanto di forma ma anche - soprattutto - di contenuto. La nuova raccolta in tre capitoli di Germani - più INDIZI. Poemetto delle verità presunte o degli osservatori osservati - si adegua in senso declinabile ab libitum all’attestazione “vocale” del titolo, ed è, di volta in volta, di capitolo in capitolo, di stazione in stazione, voluta raucedine, ossimoro di canto e discanto, disincanto e passione, rigurgito di vita e morte, di vita tra parentesi e vite universali. Gli epitaffi poetici di Germani (quasi dei graffi sulla tela del tempo) andrebbero assunti come paragrafi di uno stesso romanzo, il romanzo per libere associazioni di un’esistenza (Milano, i ricordi, gli amori, i moti interiori, gli ideali, i conti che non tornano e quelli che invece si), ma distante anni luce dall’autoreferenzialità supponente della poetastrica (rubo da Jannacci, che è stato a suo modo un autentico poeta di strada) pretenziosa che sforna libri che nessuno legge.
“Voce interrotta” è, al contrario, un libro in minore, scritto da sé e per sé, pagina dopo pagina, moto a luogo dopo moto a luogo, per stato interiore di necessità. Un diario minimo umile, senza pretese di esaustività né universalità. Mauro Germani essicca la prosa a un passo dall’afasia comunicativa, quindi la irrora puntando di sciabola e di fioretto, giocando con gli a capo, la punteggiatura, le ascesi liriche giusto il dovuto, uscendo a testa alta dalla prova, con una raccolta suggestionata che suggestiona. Leggete questa, se non volete fidarvi alla cieca:

“In verità sappiate/ che non ci fu viaggio/ non ci fu orizzonte/ Mai una parola s’alzò/ dall’orlo del mondo/ Mai ci fu la terra/ né il sangue, mai/ una bandiera/ sventolò/ per uno di voi/ Mai davvero/ un destino/ dietro/ un destino”.


O quest’altra:

“Dalla terra sale la voce/ dei catturati/ e nella mente infuria/ un’equazione mortale/ una luce ferma sugli occhi/ Ecco dove sono io, dov’è/ lo zero, il principio/ di ogni angolo, l’orbita/ cieca che mi sfida/ Ecco il centro vuoto/ di questo universo, il lavoro/ di tutti, l’uguaglianza/ dei vinti”.


Verrebbe da scrivere ancora che la voce ontologica di Germani le ha gridate davvero tutte prima di interrompersi nell’afonia. Prima di spegnersi, di arrendersi forse alla disillusione, al disincanto, ai muscoli ipertrofici di questa “cosa” misera e incommensurabile che, anche noi, come Guccini, chiamiamo vita.

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