"Vox" di Christina Dalcher

Con "Vox", il suo romanzo d’esordio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Nord, l’inglese Christina Dalcher descrive un futuro non molto diverso dal nostro, in cui però, negli Stati Uniti, si è imposto un governo di estrema destra, una sorta di dittatura maschile sorretta da intenti pretestuosamente religiosi, che ha tolto ogni possibilità di espressione alle donne.

A raccontarlo, in prima persona, è la dottoressa Jean McClellan, moglie e madre di quattro figli – il maggiore, Steven, due gemelli e una bambina di sei anni, Sonia – che è stata costretta a rinunciare ad una promettente carriera di ricercatrice, grazie alla quale è diventata la massima esperta del Paese nel trattare disturbi del linguaggio – in particolare l’afasia, ovvero un’alterazione dei centri e delle vie nervose superiori nell’area di Wernicke, che porta alla perdita della capacità di esprimere o di comprendere le parole.
Tutto è iniziato tutto quando la Bible Belt, la zona super religiosa del Sud degli Stati Uniti, ha espanso i suoi confini: nessuno si aspettava che il programma del reverendo Carl Corbin, nel quale predicava la rovina delle famiglie americane, potesse contare più di un centinaio di spettatori fra i battisti del Sud...
Eppure è successo ed forte è il rimorso di Jean per non aver partecipato alle marce di protesta, per non aver distribuito volantini e firmato petizioni – tutto per una forma di egoismo, per aver preferito l’isolamento e la tranquillità che gli studi le assicuravano – e, soprattutto, per aver sottovalutato i segnali premonitori di questa forma di totalitarismo, che l’amica Jackie Juarez, sempre in prima linea nella rivendicazione dei diritti delle minoranze, aveva saputo riconoscere, come il progressivo azzeramento della rappresentanza femminile al Congresso.
Così ha imparato a sue spese quanto sia difficile scrivere una lettera senza poter acquistare una penna, o quanto in fretta può essere cancellato un piano tariffario o ritirato un passaporto…

Ora, tutte le bambine, la ragazze e le donne – persino le Donne Pure che appoggiano il regime – sono state dotate di un braccialetto di metallo che provoca una scarica elettrica ogni volta che viene superato il limite di cento parole al giorno. E non solo: carta e penna sono vietate alle donne, come scrivere e leggere, persino il linguaggio dei segni – o qualsiasi cosa possa essere interpretata come comunicazione non verbale, per quanto rudimentale – viene punito, se catturato dalle telecamere che sono state installate ovunque: nei supermercati, nelle scuole, dai parrucchieri e nei ristoranti, persino all’ingresso delle abitazioni:

“Adesso le abitudini sono altre. Abbiamo a disposizione una quota fissa di cento parole al giorno. I miei libri sono chiusi a chiave in un armadietto così Sonia non può prenderli. Il che significa che non posso prenderli nemmeno io. […] Sono le piccole cose a mancarmi di più: i barattoli di penne e matite in ogni stanza, i bloc-notes tra le pagine dei libri di cucina, la lavagnetta con la lista della spesa appesa al muro, vicino alla mensola delle spezie”.

Solo una lettura è permessa alle donne – la Bibbia, ma dev’essere l’edizione giusta –, mentre a scuola i ragazzi studiano su libri di testo che trasudano fondamentalismo di estrema destra: Fondamenti della moderna filosofia cristiana.
La TV via cavo ha più di cento canali di giardinaggio, cucina, architettura, cartoni animati per bambini e cinema – film adatti ai minori, qualche commedia leggera e lungometraggi biblici. Gli altri canali sono protetti da password e li possono vedere solo il capofamiglia e i maschi sopra i diciotto anni. Apparentemente ogni tentativo di ribellione viene stroncato sul nascere.

La situazione potrebbe cambiare quando il reverendo Carl Corbin in persona si presenta a casa della “dottoressa” Jean McClellan, chiedendo il suo aiuto: il fratello del Presidente, in un incidente di sci, ha subito una lesione nella sezione posteriore della circonvoluzione temporale superiore, emisfero sinistro, “l’area di Wernicke” che era stata oggetto delle sue ricerche.
Per accettare, Jean chiede al Presidente tre cose: che il contatore della figlia, come il suo, venga rimosso e che non frequenti la scuola, infine che la dottoressa Lin Kwan, direttrice del suo vecchio dipartimento collabori con lei full time.

A questo punto il romanzo assume i contorni di un thriller, una vera e propria corsa contro il tempo per evitare che il siero che rende reversibile l’afasia di Wernicke diventi, nelle mani di un pazzo, lo strumento per ridurre una città, un Paese intero, forse un continente intero, in uno stato di confusione totale – una sorta di Babele in versione moderna – che lo faccia precipitare in un caos privo di linguaggio, pronto quindi ad essere usurpato.

Come tutte le distopie, anche quella descritta dalla Dalcher si basa sui timori percepiti dalla società che le genera; e anche in questo caso, la sensazione è che tutto sia avvenuto in tempi rapidissimi: gli attacchi sono piovuti da tutte le direzioni, silenziosi e inaspettati, senza dare la possibilità di serrare i ranghi, di reagire.
La protagonista, sottoposta a forti pressioni emotive e travolta dai dolorosi ricordi della vita di “prima”, fatta di abitudini apparentemente insignificanti, svela, capitolo dopo capitolo, come questo futuro, per certi versi simile al nostro presente, abbia potuto materializzarsi.
Da qui, una serie di riflessioni, prima fra tutte: siamo sicure che i diritti e la libertà di cui godiamo, conquistati in anni e anni di lotte e rivendicazioni, non possano essere cancellati, spazzati via senza alcun tentativo di ribellione?
La Dalcher si dimostra particolarmente efficace nel descrivere il potere del linguaggio e il pericolo del silenzio, il peso e il significato profondo delle parole – soprattutto quando se ne hanno disposizione poche – e l’enorme importanza che assumono gesti più “normali”, persino banali, nel momento in non possono più essere compiuti.
Un ulteriore spunto viene offerto dalla descrizione delle spaccature e degli squilibri provocati, nei rapporti interpersonali e ancor più a livello familiare, da situazioni di tensione, in cui uno dei membri si trovi in una posizione di obbligata inferiorità – non è un caso che Steven, il figlio maggiore, diventi sempre più instabile, confuso, odioso e ostile nei confronti delle donne.
A tutto questo deve far fronte Jean, con i mezzi limitati che possiede, per cercare di comunicare con il marito, che ha uno ruolo importante nel governo, con i figli e per educare Sonia: da esperta del linguaggio, è conscia del fatto che esiste una finestra temporale entro la quale si impara a parlare o se ne perde l’abilità.

Nella seconda parte, come già accennato, la narrazione assume la forma di romanzo d’azione e, grazie alla rapida evoluzione degli eventi e a sapienti colpi di scena, mantiene la suspense fino alla fine.
Come spiegato dalla Dalcher nei ringraziamenti, però, è il lettore che ha l’ultima parola su questa storia: la sua speranza è che gli sia piaciuta e, soprattutto, che lo abbia fatto arrabbiare un po’ e riflettere.

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