“I frutti del vento” di Tracy Chevalier

Le ci sono voluti trent’anni – il periodo durante il quale Tracy Chevalier ha vissuto inEuropa, in Inghilterra – per trovare la distanza e il distacco necessari per tornare, con la scrittura, nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti. E quando lo ha fatto, prima nel 2013, con L’ultima fuggitiva, ed ora con I frutti del vento (Neri Pozza, gennaio 2016), ha scelto l’Ohio, non solo perché in quello stato ha frequentato l’università, ma soprattutto perché è un luogo simbolico.
Nel XIX secolo rappresentava infatti la via d’accesso verso ovest: l’ambientazione più adatta per due romanzi che, dopo tanti successi ambientati nel Vecchio Continente, hanno come tema la migrazione e la difficoltà ad adattarsi a territori inospitali o, quanto meno, selvaggi. L’interesse per il mondo naturale, dunque, non si è esaurito, ma si è sviluppato e approfondito, portandola a raccontarci di alberi – meli e sequoie –, di come gli alberi rispecchiano gli uomini e viceversa. Le persone, infatti, da sempre si muovono e gli alberi seguono la loro sorte migratoria. Così era successo alla famiglia Goodenough – James, Sadie e i loro dieci figli – che, dopo aver abbandonato la fattoria di famiglia nel Connecticut, non si era spinta fin nella vasta e fertile prateria più ad ovest, ma si era fermata in Ohio:

“Per prima cosa, quando si erano stabiliti nella Palude Nera, i Goodenough avevano costruito la loro casa di legno in riva al fiume Portage e subito dopo si erano messi a disboscare il terreno per piantare gli alberelli di John Chapman. James aveva sudato sette camicie per togliere olmi e querce, abbattendo i tronchi, spaccando i ceppi e mettendo via irami più grossi buoni da ardere o per costruire letti e sedie. O casse da morto. […] Non era un sentimentale, lui, non piangeva neppure quando gli moriva un figlio: scavava lafossa e lo seppelliva. Però si faceva cupo e silenzioso se doveva buttar giù un albero, pensando a tutto il tempo in cui aveva gettato la sua ombra in quell’angolo di foresta”.


Durante la sua prima visita ai Goodenough, John Chapman, il venditore di piante di melo che solcava i fiumi in canoa per portare la sua preziosa mercanzia ai coloni – ambientalista, pioniere e predicatore noto come Johnny Appleseed – si era premurato di spiegare che, per diventare i legittimi proprietari dell’appezzamento occupato, dovevano piantarci almeno cinquanta meli: agli occhi della legge, un frutteto costituiva la prova che il colono era seriamente intenzionato a rimanere. Ma sono proprio i meli e le mele a scatenare i litigi più furiosi fra marito e moglie: l’uomo – che sapeva tutto delle sue trentotto piante, dalle malattie al momento della fioritura e del raccolto, che aveva un debole per le mele, più che per il tabacco, il whiskey, il caffè e persino il sesso – preferiva quelle dolci, che sapevano di miele e ananas; la donna – che invece le mele non sapeva neppure raccoglierle senza ammaccarle – amava quelle più agrodolci, ma solo perché adatte alla produzione di sidro e acquavite, due bevande che le permettevano di ubriacarsi e di addolcire l’amarezza di vivere in un posto dove l’acqua puzzava di marcio e il fango scuro si appiccicava alla pelle e ai vestiti; un posto dove ogni anno la malaria portava via qualche figlio. Poi, anche se le ragioni ci vengono spiegate solo nel quarto capitolo del romanzo, i ldestino allontana dalla Palude Nera Robert, il più giovane dei figli maschi, quello che “non era come gli altri”, che non si ammalava mai, l’unico che avrebbe potuto salvarsi, quello a cui Sadie voleva più bene, forse per via dei dubbi sulla sua paternità, ma al quale nonriusciva a dimostrare il proprio affetto a causa del suo sguardo, uno specchio in cui si rifletteva la sua cattiveria. Nel suo lungo viaggio, il giovane attraverserà molti stati, facendo i lavori più diversi: su una barca sul lago Eire, in un hotel a Detroit, in un ranch del Texas o come cercatore d’oro nei fiumi della Sierra Nevada. Nella continua fuga dalla sua famiglia e dal suo passato, arriverà all’estremo ovest, sulle rive del Pacifico, a San Francisco, dove si imbatterà nella foresta di sequoie di Calaveras: un incontro che segnerà la sua esistenza almeno quanto quello con William Lobb, l’esperto botanico che raccoglieva piante, alberi e semi da spedire in Inghilterra, dove la moda dell’epoca voleva venissero ricreati giardini con specie “esotiche”. Grazie a Lobb, Robert diventerà “un uomo degli alberi”, proprio come lo era stato suo padre – se era suo padre. I Goodenough avevano sempre coltivato le mele Golden in Ohioe, prima ancora in Connecticut: semi portati dall’Inghilterra dai nonni, semi duri a morire che aspettavano solo di trovare un giorno il posto giusto dove risvegliarsi.

Il romanzo inizia dunque con una situazione matrimoniale che appare “ribaltata” rispetto alla consuetudine: è la moglie che, sentendosi intrappolata nella Palude Nera, come in un matrimonio tutt’altro che riuscito, si ubriaca per perdersi nell’oblio dell’alcool. Un personaggio, quello di Sadie, particolarmente fastidioso, irritante, se non addirittura odioso, ma vero, fin troppo sincero, che rimane impresso nella memoria del lettore. Però, senza questa donna che sfoga la propria frustrazione sul marito, sui figli e sui meli, la trama avrebbe senz’altro preso un’altra direzione, diventando, secondo la stessa autrice, troppo zuccherosa. Invece, dev’essere proprio come una torta di mele: non troppo dolce, deve sapere di mele, ma non solo...

La narrazione si mantiene semplice, nonostante l’alternarsi di registri, di voci e di diversi piani temporali. C’è infatti la prima persona di Sadie, la terza persona del narratore e lostile epistolare. Si passa più volte dall’Ohio alla California in un periodo di tempo che va dal 1838 al 1856. La chiarezza è sicuramente una delle doti di Tracy Chevalier, cui si aggiungono l’attenzione minuziosa ai dettagli – vivide sensazioni fisiche, oltre che sentimenti e tratti psicologici –, e un sapiente equilibrio fra dati storici e finzione: l’aver inserito alcuni personaggi dell’epoca realmente vissuti, come John Chapman, Appleseed, “semi di mela”, e William Lobb, ha fatto sì che tutto il romanzo venga percepito dal lettore come reale, suscitando profonda empatia o repulsione, a seconda dei casi. Forse il romanzo potrebbe essere letto anche come il lungo viaggio – reale e simbolico –di Robert che, a causa di un evento traumatico, cerca di fuggire dal proprio passato e dalle proprie radici, credendosi incapace di costruire, a sua volta, un nucleo familiare. Nel suo muoversi verso ovest, il ragazzo fa molti incontri che, come gli itinerari, sono frutto più della casualità che di scelte precise. Solo quando riuscirà a chiarire i propri sentimenti, anche il mondo esterno – la natura intera – potrà essere compreso con maggior consapevolezza. James metteva una grande cura nell’eseguire gli innesti: prendeva il meglio di una pianta e la univa al meglio di un’altra, facendole diventare un tutt’uno e ottenendo un albero piùforte e prolifico. Allo stesso modo, Tracy Chevalier, grazie ad un’arte che si basa su accorgimenti narrativi particolarmente efficaci, ha saputo, ancora una volta, “innestare” sul più vasto e complesso intreccio della Storia americana del XIX secolo la vicenda privata di una famiglia e di un ragazzo, che acquista, oltre ad una dimensione più ricca e reale, un valore collettivo e universale.

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