“La scomparsa di Josef Mengele” di Olivier Guez

Josef Mengele, “l’angelo della morte”, arriva ad Auschwitz il 30 maggio del 1943, dopo essere partito volontario nella seconda guerra mondiale ed essere stato ferito dai sovietici nel 1942. Tornato in Germania, può così dedicarsi ai suoi interessi scientifici e studiare la morfologia delle razze umane – si era laureato in antropologia nel 1935 e in medicina tre anni dopo.
Ma il medico nazista che ha utilizzato i prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, specialmente bambini e gemelli, come cavie per i propri terrificanti esperimenti, col solo fine di verificare le proprie teorie razziali, nonostante le sue ricerche non si basassero su alcuna metodologia scientifica, e che ha mandato 400.000 persone nella camera a gas, muore su una spiaggia del Brasile, nel 1979, senza mai essere stato processato, senza aver mai affrontato le conseguenze dei suoi atti scellerati o pagato per i propri crimini.

È questo il “mistero” che Olivier Guez, uno dei più noti scrittori e sceneggiatori francesi, tenta di risolvere nel suo ultimo romanzo, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza – Bloom).
Ci riesce ricostruendo il viaggio compiuto da Mengele dopo essere arrivato, nel 1949, in Argentina – naturalmente sotto il falso nome di Helmut Gregor – con la sua valigetta piena di campioni di sangue, siringhe, quaderni di appunti e schizzi anatomici risalenti Auschwitz. Il rischio è grande, ma Mengele è convinto di essere un grande scienziato con un grande obiettivo e che ad Auschwitz non ha fatto altro che il suo dovere di soldato della scienza tedesca, ovvero, classificare, vagliare ed eliminare gli inadatti. :

“Noi tedeschi, razza superiore, dovevamo agire. Dovevamo inoculare un nuovo un nuovo vigore per difendere la collettività naturale e garantire il perpetuarsi della razza nordica”.

Figlio della borghesia industriale bavarese, puro prodotto della Germania nazista, Mengele sognava di distinguersi da suo padre e di intraprendere la carriera universitaria. Mediocre e opportunista, è uomo di punta della medicina nazista: non vedeva i deportati come uomini, ma come topi da laboratorio.
E nel momento in cui lo Stato lo incoraggia, lo autorizza, egli porterà a termine i suoi esperimenti senza il minimo scrupolo di coscienza.
Nei primi anni ’50, sono molti i nazisti richiamati in Argentina dalla politica di Perón:

“Alla fine degli anni Quaranta Buenos Aires è diventata la capitale della feccia dell’ordine nero decaduto. Vi si incontrano nazisti, ustascia croati, ultranazionalisti serbi, fascisti italiani, Croci frecciate ungheresi, legionari rumeni della Guardia di ferro, vichisti francesi, rexisti belgi, falangisti spagnoli, cattolici integralisti; assassini, torturatori e avventurieri: un Quarto Reich fantasma”.

In attesa che i sogni imperialistici di Perón si concretizzino, dopo un primo periodo in cui si è mosso con la massima cautela, Gregor e i suoi amici vivono alla grande. Sono persone relativamente giovani, 30, 40 anni al massimo, incapaci di ammettere che la guerra è stata persa. Immaginano di rimanere in esilio per qualche mese o forse pochi anni perché sono convinti di poter tornare in Europa dove presto si affermerà l’ultra-nazionalismo.
In realtà, lì, alla fine del mondo, sono totalmente scollegati dalla realtà e nulla è più sbagliato della loro valutazione.
Nel giugno del 1955 i giorni di Perón a capo dell’Argentina sono contati e i nazisti devono affrontare una serie di problemi. Tuttavia, Mengele riesce ad ottenere un passaporto per raggiungere Ginevra e poi la stazione sportiva di Engelberg, dove incontra la cognata Martha, Karl-Heinz, il figlio che ha avuto dal suo defunto fratello, e suo figlio Rolf, cui è stato detto che il padre è morto.
Ma la sua vita è in Argentina, dove lo raggiungeranno Martha (che sposerà nel 1958) e Karl-Heinz: a quarantacinque anni Mengele ha voglia di quiete, di una nuova famiglia e di una grande casa per accoglierla. Per regolarizzare la sua situazione presso le autorità argentine, si presenta davanti alla giustizia, dà le impronte digitali alla polizia e gli viene concesso un passaporto intestato al suo vero nome.
A poco a poco, però, il mondo scopre lo sterminio degli ebrei d’Europa, grazie a libri, articoli e documentari sui campi di concentramento: la caccia ai nazisti sta per aprirsi.

Dei trent’anni vissuti da Mengele in America del Sud, almeno venti trascorrono nella paura, nell’incertezza, nella solitudine, e nell’ansia di essere riconosciuto da un sopravvissuto o di essere rapito da un commando del Mossad.
Nascosto prima in Paraguay e poi in Brasile, Mengele chiede continuamente aiuto alla sua famiglia in Germania, non si fida di nessuno, vive sempre più miseramente una vita da recluso, nella sua cella aperta sull’infinito, a Sierra Negra, dove si è stabilito nel 1962, presso una coppia di ungheresi e poi in una loro proprietà a una trentina di chilometri da San Paolo.
Mentre si va affermando il mito dell’assassino inafferrabile e onnipotente, il colpo più duro per lui è l’essere stato spogliato dei suoi titoli universitari.
L’incontro, da lui fortemente voluto, con il figlio, nel 1977, mette Mengele per la prima volta di fronte ai suoi inauditi misfatti - “vecchie storie”, come lui le chiama e che considera solo una forma di obbedienza agli ordini:

“Non ho inventato io Auschwitz, né le camere a gas e i forni crematori. Ero solo una rotella dell’ingranaggio come tanti altri. Se sono stati commessi alcuni eccessi, io non ne sono responsabile”.

Dopo due giorni e due notti di discussioni senza tregua, Rolf si arrende: suo padre si rivela per quello che realmente è: un incurabile malvagio, impenitente, colpevole di crimini contro l’umanità. La partenza del figlio lo lascia in preda al vuoto ed alla malinconia; la sua salute si deteriora rapidamente, gli unici a mantenere con lui un rapporto di amicizia sono i coniugi Bossert.
E’ con loro quel 7 febbraio 1979, quando sente che sta arrivando alla fine del suo macabro viaggio:

“Sta morendo, semplicemente. Allora, spinto da una forza oscura, entra da solo nell’acqua turchese, a testa bassa, e si lascia galleggiare, non sente più il corpo dolorante né gli organi bacati, portato dalla corrente che lo trascina verso il largo e i grandi fondali, quando di colpo la nuca ossuta si irrigidisce, le mascelle si serrano, le membra e la vita si bloccano, Mengele rantola, alcuni gabbiani battono le ali e planano lanciando strida di gioia, Mengele annega. Respira ancora mentre Bossert lotta contro le onde per riportarlo alla spiaggia, ma quello che esce dal mare è il suo cadavere”.

Appare perfettamente coerente la scelta di Guez di utilizzare la forma del romanzo, così da avere maggiore libertà d’espressione e da potersi avvicinare il più possibile alla verità umana di questo personaggio dai tratti mostruosi:

“Probabilmente alcune zone d’ombra non saranno mai chiarite. Solo la forma del romanzo mi consentiva di seguire passo passo il macabro percorso del medico nazista”.

Non solo, infatti, l’autore, nel suo approfondito lavoro preparatorio, ha raccolto tutte le informazioni disponibili sulla vita di Mengele dopo la fine guerra, ma ha condotto un’indagine approfondita sui luoghi e le persone che ha frequentato in America Latina, raccogliendo anche testimonianze inedite per ricostruire minuziosamente i fatti.
Vincitore del prestigioso Prix Renaudot 2017, La scomparsa di Josef Mengele, con il suo stile asciutto e scarno, senza dialoghi, ma con un ritmo serrato, con la sua preziosa e precisa testimonianza ha il grande merito, non solo di riportare l’attenzione su una delle figure più terribili del nazismo, ma soprattutto di riempire quei vuoti lasciati dalla storiografia, senza tuttavia deformare una realtà che appare di per sé incomprensibile e ingiustificabile.
Rimane l’incredulità del lettore davanti a un destino caratterizzato dalla mancanza di un processo, di un confronto diretto con le vittime sopravvissute, di un’adeguata condanna, se mai fosse stata possibile: la solitudine e la disperazione in cui ha vissuto gli ultimi anni sono una ben misera punizione se confrontata ai misfatti commessi.
Ma soprattutto, il tentativo di Mengele di condurre una vita normale dopo tanto orrore, mette a nudo gli aspetti peculiari del suo carattere: un fanatico, meschino e mediocre, che ha saputo essere grande solo nella sopraffazione dei deboli, solo come esecutore del Male più oscuro.

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