“È vero che il giorno sapeva di sporco” di Mario Bonanno

Erano giorni che sapevano di sporco, di slogan urlati a squarciagola, di puzzo di sudore e sangue, di polvere da sparo, di gas lacrimogeni scagliati dai celerini. Erano gli anni bui del terrorismo nero e dei brigatisti rossi, del Compromesso storico, dell’arresto di Adele Faccio, del presidente Leone, dello scandalo Lockheed e dei carri armati di Cossiga a Bologna sui giovani del Movimento studentesco. Erano gli anni delle canzoni di Claudio Lolli, di De Andrè, di Francesco Guccini, di Vecchioni e di De Gregori. Canzoni che smuovevano le coscienze, parole forti e significative piene di ardore, protesta e ribellione, come quelle di Bob Dylan sui giovani americani mandati a morire in Vietnam. Canzoni rimaste nel cuore a noi che eravamo ragazzi nel 1977, una generazione ideologicamente diversa da quella del ’68. Si guardava al presente, ci si alleava con la classe operaia e la fabbrica la si viveva non come un luogo di emancipazione ma come un presidio dell’egemonia capitalista. Al governo del tempo e, in particolare, al PCI non interessava la rivolta e il disagio degli studenti bensì, con le politiche di emergenza che vennero adottate, unicamente l’ordine sociale messo a dura prova dai conflitti di parte. Cosa c’entra Claudio Lolli con tutto questo? C’entra, perché la frase più cantata e citata del tempo era “personale è politico”, come ben scrive Gigi Marinoni nella prefazione al libro. Nei suoi numerosi saggi, lo scrittore e giornalista Mario Bonanno ha raccontato il cantautorato italiano e prosegue, in questo suo ultimo lavoro, “È vero che il giorno sapeva di sporco” (Stampa Alternativa, 2017), con l’autore bolognese attraverso le canzoni dell’album Disoccupate le strade dai sogni, del 1977.

“Disoccupate le strade dai sogni,
Per contenerli in un modo migliore,
Possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
Un falso diploma, un portamonete, una ventiquattrore”.

Il “più ostico dei suoi album, difficile, urticante, luttuoso, apocalittico. Un album attraversato da rabbia lucida, da lucido smarrimento, da ossimori, da paura. Dalla necessità di denuncia”, scrive Bonanno. Un disco indiscutibilmente politico, sperimentale e che, al compimento dei suoi quarant’anni, è ancora straordinariamente attuale se si riascoltano alcuni dei suoi brani, La Socialdemocrazia, Analfabetizzazione, Canzone scritta su un muro:

“Salve ragazzo che passi il giorno,
Alla finestra della tua stanza.
Finché tristezza insieme alla sera,
Accende finestre in lontananza.
Guardi le spalle di chi lavora,
Davanti a te…
E salve gente senza un colore,
Senza un problema senza un dolore,
Gente coperta da scorie gravi,
Per ogni occhio ha almeno due travi,
Gente sepolta dal carnevale di una città,
Sotto il peso di una tremenda felicità.
Gente che ride quando si parla,
Gente che ride quando si canta,
Gente convinta che vivere sia,
Accontentarsi e godersi quel tanto”.

Schivo e malinconico, ateo e comunista, scrittore e professore di liceo, profondamente libero e intimista, Claudio Lolli abbandonò gli studi di Medicina per iscriversi a Lettere. Di sera suonava nelle osterie fuori porta, cantate e rese famose da Francesco Guccini, e dallo stesso invogliato a continuare a scrivere canzoni per una importante casa discografica. Nascerà con Aspettando Godot, una nuova canzone d’autore, una canzone militante di un poeta marxista.

“Un kierkegaardiano senza fede, diviso tra la vita e la morte, come tra il personale e il politico (…) Le canzoni di Claudio Lolli sono l’antitesi delle canzoni usa e getta. Sono canzoni scritte per chi alle canzoni ci crede (…) hanno qualcosa da dire e la dicono”.

È vero che il giorno sapeva di sporco” è un imperdibile viaggio nella storia della musica, uno straordinario volume impreziosito dalle bellissime fotografie in bianco e nero di Enzo Eric Toccaceli, che ritraggono il nostro Claudio Lolli con la chitarra in spalla, l’immancabile sigaretta tra le dita, per le strade della sua città. Consigliato!

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