“Una mattina di ottobre” di Virginia Baily

“Early one morning” è il titolo originale di questo romanzo della scrittrice inglese Virginia Baily (“Una mattina di ottobre”), appena uscito per la Casa Editrice Nord, che appare fortemente connotato da un’evidente componente autobiografica, nel senso che l’autrice è vissuta a lungo a Roma e ha letto un libro fondamentale, 16 ottobre 1943 di Giacomo De Benedetti, da cui è rimasta fortemente colpita e che l’ha ispirata per questo romanzo.

Chiara Ravello, la protagonista, cammina nel quartiere ebraico di Roma in una mattina di pioggia dell’ottobre 1943. La ragazza abita con la sorella Cecilia in via dei Cappellari, dopo che hanno dovuto abbandonare la casa bombardata nel quartiere San Lorenzo, nel luglio precedente.
I nazisti hanno appena chiesto un riscatto di 50 chili d’oro per non deportare gli ebrei romani, che sono stati già consegnati. Una telefonata misteriosa dell’amico Gennaro, un barista che lavora per la Resistenza, l’ha chiamata nel ghetto, dove sta succedendo qualcosa di strano.

“Quando imbocca via del Portico d’Ottavia, però, il passo si fa incerto. Una colonna di soldati tedeschi è allineata lungo il marciapiede, con gli ufficiali posizionati a intervalli strategici... Più in là, dove il teatro di Marcello si staglia vetusto e imponente, sono parcheggiati tre camion coi teloni scuri. D’un tratto, tutti gli uomini prendono a gridare, un ruggito tremendo che a Chiara fa accapponare la pelle tra le scapole.”

E’ la mattina del 16 ottobre e la vita di Chiara sta per subire un’improvvisa rivoluzione: i nazisti stanno compiendo la razzia nel ghetto e lei si trova imprevedibilmente ad assistere allo scempio di intere famiglie caricate a forza sui camion. Improvvisamente, già seduta sul sedile di un camion, una giovane donna elegante, orecchini di perle e un piccolo copricapo verde scuro, attira la sua attenzione fissandola, mentre un bambino di pochi anni, suo figlio, le sta attaccato.
Chiara esita, poi fissa anche lei la donna, poi il bambino, e finalmente urla:

“Mio nipote, quello è mio nipote, è il figlio di mia sorella!”

Quel bambino non è ebreo” si sente urlare dalla folla che si è radunata. Chiara si allontana, stringendo al petto il bambino che urla chiamando disperato la madre... Ormai la sua vita non sarà più la stessa.

Il romanzo alterna il racconto delle terribili giornate che Chiara, la sorella epilettica Cecilia e Daniele Levi, questo il vero nome del bambino, trascorrono nei mesi di fame e paura per tutto il tempo della occupazione nazista: fame, freddo, il rifugio in casa della nonna di Chiara, in campagna, dove si rifugiano soldati sbandati e dove Daniele rischia di essere scoperto. Chiara finisce per attaccarsi quasi morbosamente al bambino, che invece la respinge, le è ostile, si chiude in un giustificato mutismo, rendendo la loro convivenza difficile. La Roma raccontata in questi mesi è la “Città aperta” che abbiamo conosciuto attraverso film e racconti e Chiara trova una ragione di vita solo nel tentativo di salvare almeno una vita, sacrificandone altre.
Poi la narrazione si sposta a Cardiff, in Inghilterra, nel 1973. Qui vive la sedicenne Maria, con i genitori e una sorellina. Per caso in una cassetto la ragazza trova una lettera, che Chiara Ravello aveva scritto a sua madre, Edna Kelly, che chiedeva notizie di Daniele Levi. La donna però aveva risposto in italiano di averne da tempo perso le tracce. Chi è Daniele Levi? Perché sua madre ne chiede notizie ad una donna a Roma?
Presto sapremo che Maria è la figlia di Daniele, frutto di un incontro breve con la giovane Edna, in viaggio di studio a Roma, ma il ragazzo non ha lasciato traccia di sé e Edna ha sposato Barry e non ha mai rivelato alla figlia il suo segreto.
Il finale è un intenso rapporto che si crea fra Maria, che raggiunge Roma e si impone a casa di Chiara, e la stessa Chiara, anche lei da tempo in cerca di Daniele, che dopo una vita difficile, l’ha abbandonata.

Un intreccio complicato ma pieno di implicazioni: un romanzo su Roma, come era e come è diventata, sulla ricerca della paternità, sullo scempio dell’eliminazione degli ebrei dal pieno centro della capitale e sulle conseguenze nella vita di chi è sopravvissuto.
“Una mattina di ottobre” è un libro che parla d’amore per la città, per i suoi cibi, i suoi profumi, i suoi monumenti, le sue strade, i vicoli del ghetto, la tragedia che ne ha segnato la storia, il tentativo di credere che ai sopravvissuti sia data una nuova speranza.

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