“Beati gli ultimi” di Patrizia Anselmo

Beati gli ultimi” (Leucotea, 2013), un richiamo alla parabola evangelica, l’insegnamento cristiano per il quale si è consapevoli nella vita terrena di portare la croce, l’emblema della risurrezione. Per i bambini le cose stanno in tutt’altro modo: essi non hanno ancora nessuna storia precedente, sono puri nel corpo e nello spirito, tanto che nei confronti dei loro genitori l’amore e la tolleranza sono illimitati. Per questi motivi la crudeltà psichica e la violenza compiuta su di loro non viene mai rivelata dal bambino, è celata, nascosta e l’adulto è quasi sempre impunito. È immobile sulle sue gambe ancora piccole e magre, la testa bassa, è al centro della stanza e le urla della casa gli sfiorano la pelle del viso. Le sue orecchie sono chiuse, non ascolta e i suoi grandi occhi blu come quelli di Lisa si muovono intorno, dentro la sua casa e su di loro che la abitano, mamma nonna e zio, osservando e memorizzando. È nella sua tana, dentro di sé, al riparo da loro e dal loro mondo, il suo cuore batte forte e quando arriva alla gola annuisce, è così che risponde. Richi, il protagonista, ha sei anni, non parla ma è intelligente. Così Lunella, la sua amica e compagna di scuola risponde a chi lo scuote per avere risposte. Il mondo di Lunella è differente da quello di Richi.

“La casa di Lunella: pulitissima. Ordinatissima. Sul pavimento non c’è niente. Niente cenere di sigarette, niente pezzi di carta appallottolati. Nelle altre stanze ci sono addirittura dei tappeti con dei bei disegni di fiori e foglie. Pulitissimi. I vetri sono lucidissimi. Sulle piastrelle nessuna macchia di unto. La televisione è spenta. Vorrei rimanere con lei, in questa casa che sa di fresco e di gioia. Invece tra poco dovrò andarmene”.

Quando è da lei per la merenda, mangiando torte gustose e panini preparati dalla mamma, una vera delizia, non vorrebbe mai andar via. Invece deve rientrare nella sua casa in via Pervinche e sentire gli stessi tetri rumori, il cigolio delle rotelle della sedia dello zio Rodo, un uomo cattivo dal carattere intrattabile, Ida silenziosa, la nonna che non si arrabbia mai e Lisa, che alla finestra fuma una sigaretta dietro l’altra, in attesa dell’arrivo del buio. Si, il buio, quel buio che porta con se i fantasmi proprio lì nella loro casa.

“Li vedo al buio, passare davanti alle finestre, entrare nelle sua stanza e avvicinarsi al suo letto. Si coricano nel suo letto, si sdraiano e lei sospira e geme… al mattino Lisa non ricorda niente”.

La prima volta che ne vide uno, gridò chiedendo aiuto, ma prese un sacco di botte. Da allora Richi non urla più, si tappa le orecchie, chiude gli occhi e con la testa sotto il cuscino aspetta che i fantasmi spariscano.

Il lettore assiste impotente con tutto il groviglio di sentimenti e di dolore che sale su dal basso alla fine dell’innocenza di Richi e vorrebbe esser lì in quella casa e fermare tutto: fermare le parole di Lisa o le rotelle cigolanti di quella sedia. Una umanità sconfitta dalla rassegnazione e dalla resa come lo è per Ida, chiusa nel suo silenzio, o per Lisa che tenta con estrema fragilità di fermare le sue lacrime con la cocaina. Ma è anche una umanità altrettanto violenta e feroce perché la sopravvivenza è legata agli espedienti e si è del tutto incapaci di provare un sentimento di amore o di pietà. Brutti, sporchi e cattivi, una famiglia che Patrizia Anselmo sente la necessità di rappresentare così, come sono realmente, rievocando in noi una pasoliniana memoria.
Patrizia Anselmo, valente scrittrice torinese, ci narra in questa sua opera prima una storia cruda e violenta, sottoponendo il lettore ad un prova di evidente difficoltà emozionale ed intellettuale, ma è anche una storia alla quale non nega la speranza di cambiamento.

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